martedì 16 gennaio 2018

Chiesanuova di Treia, 20 gennaio 2018 – Si festeggia sant’Antonio, lu nemico de lu dimonio... ma amico dell'animali...



Con la  ricorrenza di  Sant’Antonio, lu nemico de lu demonio nonché protettore degli animali,  inizia ufficialmente anche il carnevale. Sul calendario la data indicata è il 17 gennaio e da  questo giorno  fino alla domenica successiva in molti paesi e città i nostri amici animali vengono accolti sul sagrato delle chiese e lì benedetti. Questa tradizione è portata avanti anche a Chiesanuova di Treia, dove il nostro attivissimo Don Peter Paul ha organizzato per il 20 gennaio 2018 una manifestazione speciale. 
Tutti gli animali e i loro "compagni umani" sono invitati alla benedizione di S.Antonio presso la chiesa di Chiesanuova di Treia.
ORE 14:30
Per i più pigri il ritrovo è alle 14:15 alla chiesa del paese, per i più audaci sarà possibile partecipare alla Passeggiata di S.Antonio!

Programma del  20 Gennaio 2018:
- 11.30/12.00 ritrovo presso Silvibar camporota di Treia
- 12:00 merenda/pranzo e vin brulè (al fine di evitare disservizi, per mangiare sarebbe meglio contattare il numero 3477725899, Silvana. Comunicare se vegetariani).... il vin brulè sarà offerto dall'Armata Brancaleone.
13:00 partenza per Chiesanuova di Treia
14:30 arrivo alla chiesa e Benedizione da parte di Don Peter Paul
15:00 partenza per Camporota
17:00 arrivo a Camporota 
17:15 falò di S. Antonio (per festeggiare il risveglio della natura!)
Alcune memorie: 
Una volta  il prete stesso  andava per le campagne a irrorare di acqua santa: mucche, capre, asini, maiali, etc. Ora perlopiù ci si limita a cani e gatti. Difatti il nostro rapporto con gli animali si è molto selezionato. Gli altri animali sono tutti rinchiusi negli allevamenti (da carne e da latte) mentre i cani e gatti sono  sdraiati sui divani e sui nostri letti, nutriti con prelibatezze  e protetti da ferree leggi “animaliste” che ne sanciscono “la quasi umanità”. Bene, anzi, male,…  peccato che gli altri animali, nello stesso giorno, vengono spesso immolati nei focheracci sacrificali, in forma di braciole e salsicce.  
Speriamo che la coscienza universalista possa portare ad un maggiore rispetto verso tutte le forme viventi, nel frattempo apprezziamo lo sforzo di Don Peter Paul che a Chiesanuova di Treia mantiene la tradizione di Sant'Antonio Abate...
Paolo D’Arpini


…………………………..

Canto in sintonia:
S.Antonio S.Antonio lu nemico de lu demonio!
S.Antonio allu desertu
se cuciva li carzuni
Satanassu per dispettu
je freghette li buttuni
S.Antonio se ne frega
e co nu spago se li lega..
S.Antonio S.Antonio lu nemico de lu demonio!
S.Antonio allu deserto
se magnava li tajolini
Satanassu per dispetto
je rubbette li forcini
S.Antonio nun se lagna e co le mano se li magna..
S.Antonio S.Antonio lu nemico de lu demonio!




lunedì 15 gennaio 2018

Festa dei Precursori 2018 - Per il ritorno degli asini a Treia


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In seguito al magico incontro avuto con Caterina Regazzi, e …dopo la morte della mia ultima asina Fantina e degli altri miei animali residui,  decisi di lasciare Calcata e di trasferirmi  nel paese originario della mia nuova compagna di vita, in  un borgo molto bello  pur che di asini non ce ne sono molti  (… sic). Questo paese si trova nelle Marche e si chiama Treia. Ora spero di vivere in pace qui….

Comunque mai ho demorso né ora demordo (malgrado l’età avanzata) nel tentativo di portare avanti un esempio di vita ecologista.  E questo ora avviene a Treia, ove il Circolo vegetariano VV.TT. si è trasferito, ed ove spesso organizziamo eventi modesti ma significativi in collaborazione con il Circolo Auser Treia e con il comitato Treia Comunità ideale ed altre associazioni. 

Il prossimo  appuntamento importante sarà quello  della Festa dei Precursori che si svolgerà dal 27  al 29  aprile 2018.

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In  quella occasione  tornerò, durante uno degli incontri previsti,  sulla proposta  di  rendere il centro storico di Treia un’isola somarabile, ovvero una città ecologica, con le vie trasformate in giardini percorribili  da pedoni, asini e cavalli.

Questa è una proposta bioregionale che mi sta molto a cuore e che avevo avanzato anche a Calcata e persino a Roma, già da parecchi anni fa. Ritengo che se adeguatamente protetti, curati e foraggiati, i cavalli e gli asini a Treia ci potrebbero anche stare. Fanno parte della tradizione e inoltre con la crisi del petrolio, l’inquinamento automobilistico, etc. potrebbero fornire un’alternativa ecologica per il trasporto urbano (essendo l’altra alternativa la bicicletta ed il risciò a pedali o triciclo). 

Il cavallo ed il somaro da tempo immemorabile sono compagni dell’uomo, allontanare questi equini, come è successo per altri animali, dalla comunità umana non è certo una buona idea. Ritengo però che le carrozzelle andrebbero alleggerite, facendo in modo che l’animale non si affatichi, trasportando un massimo di due passeggeri.

Questo potrebbe essere un buon approccio  per ecologizzare e rendere evidente la magia della bellissima Treia  riservando le sue strade  solo a pedoni, persone munite di pattini a rotelle, biciclette,  cavalli, asini, etc. Il traffico veicolare automobilistico dovrebbe essere relegato alle aree periferiche del fuori porta, o per il semplice carico e scarico,  in modo così da alleggerire il tasso d’inquinamento ed inoltre creare l’occasione  nel cuore della città di sviluppare professioni alternative e fantasiose (artigiani, artisti, contadini urbani, etc.).

Treia è  un bellissimo borgo medioevale, ma attualmente prevale la mentalità dell’uso di vie e piazze come parcheggi per autovetture. Sicuramente il paese ci guadagnerebbe a ritrovare la sua vecchia immagine pulita e fiorita senza mezzi meccanici che la impuzzolentiscono.

Chissà se la amministrazione treiese, diretta da Franco Capponi, vorrà sposare la proposta di trasformare Treia in “isola somarabile”?

Io me lo auguro…

Paolo D’Arpini

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lunedì 8 gennaio 2018

Ecologia sociale - Matrimonio e prostituzione o famiglia allargata?


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Cosa non si fa per la pecunia, soprattutto quando “non olet” ma profuma di donna…. A turni alterni personaggi politici di destra, sinistra o centro rispolverano la proposta di riaprire le “case chiuse” per togliere il degrado del sesso consumato per strada, garantire l’igiene dei rapporti, evitare la piaga dello sfruttamento… ma sopratutto incrementare le entrate dello stato con nuove tasse sul sesso a pagamento.  

Ed appare strano che il vaticano che solitamente mette bocca su tutte le iniziative sociali  non si sia mai pronunciato sulla “regolamentazione della prostituzione”… Ma a pensarci bene strano non è  poiché sin dai tempi del papa re le imposte sulle “puttane” contribuirono grandemente all’edificazione della chiesa.

Povere donne, vilipese, offese e sfruttate in tutti i modi.

Ma andiamo per ordine, cominciamo da dove è iniziata la prostituzione per poter quindi indicare una soluzione “finale” e definitiva.

L’esercizio della prostituzione non ha età, sia in forma sacrale come avveniva nei templi dedicati alla Dea, sia in forma mascherata come nel caso delle etere greche o delle geishe giapponesi, sia nel modo compassionevole come per quelle donne che occasionalmente nei paesi “assistevano” maschi non maritati in cambio di vivande e compagnia, sia nel modo così detto “volgare” cioè con l’adescamento per strada, la prostituzione peripatetica, ed ancora tanti sono i modi e le maniere della concessione carnale per soddisfare una necessità fisiologica (perlopiù dei maschi) in cambio di prebende e denaro. Certo la prostituzione è una consuetudine antica, ma non così antica come si vorrebbe far credere…

Infatti è solo con l’affermarsi del patriarcato, circa cinquemila anni fa, e con la pratica del “matrimonio” che nacque nella società l’uso di “pagare” la donna. Il matrimonio stesso è una forma di accaparramento della donna, all’inizio per ottenere da lei qualche prole e successivamente per semplice sfogo sessuale. Ancora oggi in alcune civiltà asiatiche, in cui ancora si manifestano tracce del primo modello patriarcale, esistono i cosiddetti “matrimoni a tempo”, eufemismo per garantirsi i favori di una donna per un breve periodo….
In occidente con l’avvento del cristianesimo, che ha sancito il matrimonio come vincolo indissolubile e sacramentale, è andata vieppiù affermandosi l’esigenza della prostituzione. Insomma si può tranquillamente affermare che la prostituzione è una diretta conseguenza del vincolo matrimoniale.

Durante i periodi storici moralistici e fino alla legge Merlin in Italia il “turpe commercio” era stata regolato nelle così dette “case chiuse”, ovvero si erano tolte le prostitute dalla strada per evitare adescamenti scandalosi in periodi in cui i “colletti duri” nella società dettavano legge ma è stato solo un ipocrita sotterfugio. 

Oggigiorno con la liberalizzazione dei costumi (sarebbe meglio dire con la perdita della decenza) la prostituzione vagante, come pure quella domiciliare, telefonica, telematica ed in ogni altra forma possibile ed immaginabile, è diventata la norma nel rapporto fra i sessi. Non c’è più confine fra chi si prostituisce istituzionalmente, part time, a tempo pieno, su internet, nei pub, nella via, in famiglia, in vacanza, al cesso, che sia maschio o femmina non importa, chiunque in questa società è dedito alla prostituzione… questa è la triste verità…. Ed il risultato è solo una maggiore alienazione ed un gran senso di solitudine…

Trovo perciò assurda ogni pretesa istituzionale di “regolamentare la prostituzione” quando nei fatti lo scopo è solo quello di reperire nuove fonti di entrata per l’erario e non per sanare i mali correnti dell’ipocrisia… perbenista. Allora, se proprio si vuole affrontare il problema, in primis, evitiamo il vincolo matrimoniale che – come abbiamo visto- è la causa prima di questo scollamento sociale e della perdita di spontaneità e dignità nei rapporti fra uomo e donna. 

Tra l’altro non c’è nemmeno più la scusa che il matrimonio serva per proteggere i figli “che son curati e educati dalle madri che stanno in casa a far le casalinghe”, lo sappiamo tutti che quella della casalinga è una categoria in estinzione. Tutte le donne infatti se vogliono campare debbono sbattersi a cercare un lavoro, come i loro uomini, oppure… prostituirsi.

Togliendo l’obbligo istituzionale e religioso della famiglia tradizionale, composta di marito e moglie, ma persino eliminando le “coppie di fatto” gay o non gay che siano,  e recuperando una morale interpersonale di spiritualità laica, si possono facilmente ricreare soluzione fantasiose, le cosiddette famiglie aperte o “piccoli clan”, che di fatto stanno già nascendo più o meno di straforo e senza alcun riconoscimento ufficiale.

L’idea della famiglia allargata, con più femmine e maschi assieme od in altra combinazione prediletta, è l’unica speranza per risollevare le sorti della solidarietà e cooperazione fra cittadini, giovani e vecchi, che oggi non trovano una dimensione umana e culturale a loro consona. Si può definire “ecologia sociale”, una sezione dell’ecologia profonda. Tante persone mi telefonano e mi chiedono: “dov’è che c’è una comune od un eco-villaggio in cui potrei andare a vivere?”, questo è già un segnale che la famiglia allargata sta entrando nella mentalità sociale corrente. Solo che uno vorrebbe trovare la pappa fatta, ovvero la comune idilliaca già bella e pronta e collaudata, invece per un risultato “ad personam” occorre rimettersi in gioco e soprattutto smetterla con i criteri speculativi del “do ut des” e del cercare gli stessi “conforts” della società consumista pure nelle nuove aggregazioni.

Basterebbe questo ad interrompere il processo “prostitutivo” maschile e femminile? Forse… se accompagnato da sincerità e pulizia di cuore e di mente. Sicuramente spariglierebbe le carte e farebbe nascere nuovi esempi di “pansessualità ecologica” nella società umana.

Paolo D’Arpini


Famiglia allargata

mercoledì 3 gennaio 2018

Epifania della natura! Memoria storica sulla "befana"


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Conosciamo tutti il significato che la religione cattolica ha dato alla festività dell’Epifania, ma forse non tutti sappiamo che dietro la presunta storpiatura che ha trasformato il termine Epifania in “Befana”, c’è una serie di tradizioni antiche che sono riuscite, faticosamente, a sfidare i millenni ed a giungere fino a noi.
L’origine della Befana è nel mondo agricolo e pastorale. Anticamente, infatti, la dodicesima notte dopo il solstizio invernale, si celebrava la morte e la rinascita della natura, attraverso la figura di Madre Natura. In questa notte Madre Natura, stanca per aver donato tutte le sue energie durante l’anno, appariva sotto forma di una vecchia e benevola strega, che volava per i cieli con una scopa. Oramai secca, Madre Natura era pronta ad essere bruciata come un ramo, per far sì che potesse rinascere dalle ceneri come giovinetta Natura, una luna nuova.
Per meglio capire questa figura dobbiamo andare fino al periodo dell’antica Roma. Già gli antichi Romani celebravano l’inizio d’anno con feste in onore al dio Giano (e di qui il nome Januarius al primo mese dell’anno) e alla dea Strenia (e di qui la parola strenna come sinonimo di regalo). Queste feste erano chiamate Sigillaria; ci si scambiavano auguri e doni in forma di statuette d’argilla, o di bronzo e perfino d’oro e d’argento. Queste statuette erano dette “sigilla”, dal latino “sigillum”, diminutivo di “signum”, statua. Le Sigillaria erano attese soprattutto dai bambini che ricevevano in dono i loro sigilla (di solito di pasta dolce) in forma di bamboline e animaletti. Questa tradizione di doni e auguri si radicò così profondamente nella gente, che la Chiesa dovette tollerarla e adattarla alla sua dottrina.
In molte regioni italiane per l’Epifania si preparano torte a base di miele, proprio come facevano gli antichi Romani con la loro focaccia votiva dedicata a Giano nei primi giorni dell’anno 
Giano Bifronte.
Usanza antichissima e caratteristica è l’accensione del ceppo, grosso tronco che dovrà bruciare per dodici notti. E’ una tradizione risalente a forme di culto pagano di origine nordica: essa sopravvive l’antico rito del fuoco del solstizio d’inverno, con il quale si invocavano la luce e il calore del sole, e si propiziava la fertilità dei campi. E non è un caso se il carbone che rimane dopo la lenta combustione, che verrà utilizzato l’anno successivo per accendere il nuovo fuoco, è proprio tra i doni che la Befana distribuisce (trasformato chissà perché in un simbolo punitivo).
La tradizione è ancora conservata in alcune regioni d’Italia, con diverse varianti: a Genova viene acceso in alcune piazze, e l’usanza vuole che tutti vadano a prendere un tizzone di brace per il loro camino; in Puglia il ceppo viene circondato da 12 pezzi di legno diversi.
In molte famiglie, il ceppo, acceso la sera la sera della Vigilia, deve ardere per tutta la notte, e al mattino le ceneri vengono sparse sui campi per garantirsi buoni raccolti.
In epoca medioevale si dà molta importanza al periodo compreso tra il Natale e il 6 gennaio, un periodo di dodici notti dove la notte dell’Epifania è anche chiamata la “Dodicesima notte”. È un periodo molto delicato e critico per il calendario popolare, è il periodo che viene subito dopo la seminagione; è un periodo, quindi, pieno di speranze e di aspettative per il raccolto futuro, da cui dipende la sopravvivenza nel nuovo anno. In quelle dodici notti il popolo contadino credeva di vedere volare sopra i campi appena seminati Diana con un gruppo più o meno numeroso di donne, per rendere appunto fertili le campagne.
Nell’antica Roma Diana era non solo la dea della luna, ma anche la dea della fertilità e nelle credenze popolari del Medioevo Diana, nonostante la cristianizzazione, continuava ad essere venerata come tale. All’inizio Diana e queste figure femminili non avevano nulla di maligno, ma la Chiesa cristiana le condannò in quanto pagane e per rendere più credibile e più temuta questa condanna le dichiarò figlie di Satana! Diana, da buona dea della fecondità diventa così una divinità infernale, che con le sue cavalcate notturne alla testa delle anime di molte donne stimola la fantasia dei popoli contadini. Diana, Dea della Caccia, della Luna, delle partorienti. La Befana è spesso ritratta con la Luna sullo sfondo.
Di qui nascono i racconti di vere e proprie streghe, dei loro voli e convegni a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno. Nasce anche da qui la tradizione diffusa in tutta Europa che il tempo tra Natale ed Epifania sia da ritenersi propizio alle streghe. E così presso i tedeschi del nord Diana diventa Frau Holle mentre nella Germania del sud, diventa Frau Berchta. Entrambe queste “Signore” portano in sé il bene e il male: sono gentili, benevole, sono le dee della vegetazione e della fertilità, le protettrici delle filatrici, ma nello stesso tempo si dimostrano cattive e spietate contro chi fa del male o è prepotente e violento. Si spostano volando o su una scopa o su un carro, seguite dalle “signore della notte”, le maghe e le streghe e le anime dei non battezzati.
La Festa della Dodicesima Notte ispirò tra gli altri William Shakespeare che scrisse la omonima commedia che ebbe la prima rappresentazione il 6 Gennaio del 1601 al Globe Theatre di Londra.
Daniel Maclise: La Dodicesima Notte, Malvolio e la Contessa.
Strenia, Diana, Holle, Berchta,… da tutto questo complesso stregonesco, ecco che finalmente prende il volo sulla sua scopa una strega di buon cuore: la Befana. Valicate le Alpi, la Diana-Berchta presso gli italiani muta il suo nome e diventa la benefica Vecchia del 6 gennaio, la Befana, rappresentata come una strega a cavallo della scopa, che, volando nella dodicesima notte, lascia ai bambini dolci o carbone. Come Frau Holle e Frau Berchta, la Befana è spesso raffigurata con la rocca in mano e come loro protegge e aiuta le filatrici.
Nella Befana si fondono tutti gli elementi della vecchia tradizione: la generosità della dea Strenia e lo spirito delle feste dell’antica Roma; i concetti di fertilità e fecondità della mite Diana; il truce aspetto esteriore avuto in eredità da certe streghe da tregenda (spostamento); una punta di crudeltà ereditata da Frau Berchta. Ancora oggi un po’ ovunque per l’Italia  si eseguono diversi riti purificatori simili a quelli del Carnevale, in cui si scaccia il maligno dai campi grazie a pentoloni che fanno gran chiasso: il 6 gennaio si accendono i falò, e, come una vera strega, anche la Befana viene qualche volta bruciata…

Paolo D’Arpini

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sabato 30 dicembre 2017

Treia. Una memoria culinaria bioregionale



Mia nonna ricorre spesso nei miei pensieri. Ogni  volta che vado a Treia con Paolo andiamo a fare una visita al locale cimitero e. dopo essere stati dai miei genitori ai quali l'ho "presentato" come il mio fidanzato, siamo stati anche dai miei nonni materni, Anna e Vittorio. 
Lui è morto molto giovane, 31 o 32 anni al massimo, lasciando vedova mia nonna, 36 anni (6 anni più di lui) altrimenti nominata "Annetta", con una figlia, mia madre, di appena due mesi. Già da questo inizio, cara Antonella, ti puoi immaginare che la vita di mia nonna non è stata semplice. Dopo il parto, poi, aveva avuto le febbri puerperali e quindi aveva dovuto "abbandonare" mia madre nelle mani di una balia, amorevole si, tanto che mia madre (Gina), quando mia nonna è andata per riprendersela, a circa un anno (?) non ne voleva sapere di andarsene da lì, ma pur sempre una balia.

Io, come molti figli "ingrati", ho sempre incolpato mia madre di scarsa affettuosità nei miei confronti, ma negli ultimi anni l'avevo un po' "perdonata" pensando all'infanzia che deve aver passato, senza padre e con una madre giovane vedova, infanzia di cui lei comunque non si è mai lamentata, anzi, lei ha sempre adorato sua madre, mia nonna e se raccontava qualche episodio della sua infanzia erano esclusivamente ricordi felici.

Mia nonna era nata nel 1898, a detta di Paolo, anno del Cane, e quindi da lei avrò pur preso qualcosa essendo io nata la stagione del Cane (Bilancia), mentre mia madre era del 1932, lei Scimmia, e Paolo è un altro Scimmiotto (1944).

Erano 9 tra fratelli e sorelle. Io non li ricordo tutti neanche nel nome. Alcuni erano morti da piccoli, alcuni altri sono emigrati in Argentina e di questi se ne erano perse le tracce, i rimanenti erano, oltre mia nonna, due fratelli più piccoli (Antonio - Antò- e Giuseppe - Peppe) e una sorella più grande, Maria (Mari'). Questi li ricordo tutti bene. So che lei, essendo rimasta in casa più a lungo dell'altra sorella (mia nonna si era sposata a 35 anni) aveva fatto un po' da "servetta" ai fratelli curandoli amorevolmente fino a quando non si erano sposati, tutti e tre in tarda età (specialmente mia nonna) e quando in estate mi trasferivo a Treia per tre mesi con lei, sulla credenza c'erano sempre e specialmente il martedì, giorno di mercato, il ciambellone e il vermouth, per accogliere degnamente i fratelli e i nipoti in visita, dato che, mentre noi stavamo in paese, nella casa che ora accoglie Paolo, gli altri facevano i contadini e vivevano nelle campagne circostanti.  Era una gran festa per mia nonna ricevere i suoi fratelli, si volevano veramente una gran bene ed era commovente vederli abbracciarsi, baciarsi e ridere insieme. Mia nonna aveva una pancia molto voluminosa e quando rideva questa pancia sembrava si animasse, ballava con lei... 

Dopo la morte di mio nonno e il "recupero" della figlia mia nonna si dovette rimboccare le maniche ed trovò un lavoro da "governante" presso un uomo che aveva fatto i soldi emigrando in Argentina. Non so in seguito a quale incidente o malattia aveva perso una gamba (aveva la gamba di legno, anzi , ne aveva due, una per i giorni normali ed una per i giorni di festa) ed era tornato in Italia, ad Appignano, un paesino vicino a Treia ma ancora più piccolo (e meno bello). Aveva bisogno di chi lo accudisse , mia nonna aveva bisogno di lavorare e così lei si trasferì con la piccola "Ginetta" in quel paesino, famoso per la produzione di cocci e coccetti, terrecotte anche di piccolissime dimensioni con cui ho sempre giocato anche io da bambina e per le fabbriche di mobili.

Lui si chiamava Giacomo Andreani, detto "Andrià": era un uomo burbero, ma generoso e mia madre era una bimbetta che sapeva farsi voler bene (come tutte le Scimmie); lui la teneva sulle ginocchia e forse le raccontava le storie della sua gioventù. Quando morì lasciò a mia nonna del denaro con cui lei acquistò la casa di Treia, dove si trasferì e dove mia madre visse la sua giovinezza. 

La casa era su due piani abitabili, venne acquistata in blocco dalle due sorelle Annetta e Marì, indivisa (la divisione fu fatta successivamente alla loro morte dai figli, cose di eredità) un piano lo abitò mia nonna e il piano superiore sua sorella. Ma ecco che ricominciavano i problemi economici per la piccola famiglia, allora mia nonna si trasformò in "pensionante", cioè affittava le stanze ai "forestieri" fino anche a cedere il suo letto a gente che veniva da fuori per lavoro, tra cui preti e professori. Lei si arrangiava a volte a dormire su una grande e dura cassapanca, che ora, dopo essere stata restaurata e lucidata, fa bella mostra di sé nel mio soggiorno a Spilamberto. Prima era passata da Bologna, dalla casa dove vivevo con il padre di Viola, e quando mi sono separata e me ne sono andata è stato l'unico mobile che ho voluto portare via con me.

Mia madre ricordava quello come un bel periodo della sua vita, in mezzo a gente da cui imparò ad amare la lettura e, nella sua semplicità, una certa cultura.

E mia nonna cucinava e cucinava...  E cucinando cucinando ha trasferito la sua attività da Treia a Roma, seguendo mia madre che nel frattempo si era sposata con mio padre. Chissà se ha sofferto nel lasciare il suo paese e i suoi fratelli! Forse la consolava il pensiero che, comunque, era previsto e così è stato finché è vissuta, che la bella stagione lei la passava comunque a Treia con me, che dopo due anni sono venuta al mondo.

A proposito di cucina le sue specialità, che sono poi le specialità della sua zona di origine erano: vincisgrassi, una sorta di lasagne con un sugo di carne particolare, come è il sugo di carne alla marchigiana, cioè con carne di manzo e odori (cipolla e poco altro) a pezzi e non tritati come nel ragù alla bolognese (la specialità dell'altra mia nonna, ma questa è un'altra storia, meno conosciuta da me e meno variegata), gnocchi di patate, con il solito sugo di carne (questi li faceva altrettanto buoni, se non addirittura migliori, mia zia Augusta, una cugina di mia madre, figlia di quella zia Marì), ravioli di ricotta, tagliatelle (entrambi col solito sugo), tagliolini in brodo........

Quanto mi piaceva vederle fabbricare con perizia e precisione quei manicaretti! 

Per i ravioli faceva la sfoglia rigorosamente a mano sul tagliere col mattarello, poi la tagliava a quadri, metteva al centro di ognuno un mucchietto di ripieno fatto con ricotta di pecora, parmigiano, uova, sale e un po', se non ricordo male, di noce moscata. Ogni riquadro veniva ripiegato in due a forma di rettangolo e per chiudere meglio i bordi veniva usato un ditale, premuto in quattro punti con la precisione di una macchinetta. La festa continuava per me che ero addetta alla ripulitura con le dita della ciotola in cui era stato il ripieno... che dopo il mio intervento riluceva come appena uscita da una lavastoviglie.

I tagliolini erano l'apoteosi della precisione: dopo aver fatto la sfoglia ed averla fatta un po' asciugare, veniva arrotolata stretta e un po' schiacciata e poi, tenuta ferma con la mano sinistra, con la destra armata di un coltello con la giusta affilatura veniva "affettata" come un salame con un ritmo cadenzato e regolare che produceva un rumore che ancora mi risuona, dopo più di 40 anni, nelle orecchie: "zum! zum! zum! ......" ed ogni 10 - 15 tagli, la sfoglia affettata veniva aperta a formare dei nidi che poi venivano lasciati sul tagliere ad asciugare. La misura del taglio veniva data dalle dita della mano sinistra sfiorate ogni volta da quel coltello affilato ed io tutte le volte mi domandavo, tra me e me: "Ma come fa a non tagliarsi mai?

A quel tempo mia madre lavorava, era un'infermiera (lei ci teneva a sottolineare che era un'infermiera professionale con diploma di caposala), ma aveva lavorato in ospedale per pochi anni, a Roma, poi, dopo la mia nascita, aveva deciso di lasciare l'ospedale per un lavoro più tranquillo, più vicino a casa, senza i turni massacranti e “sfasanti” che ancora oggi gli infermieri che io sappia devono fare. Mia nonna era un grosso aiuto per lei. Mia madre non sapeva cuocere neanche un uovo al tegamino, mia nonna non la voleva in cucina e le diceva: “Tu hai studiato, pensa a fare bene il tuo lavoro, a far da mangiare imparerai quando non ci sarò più!”. 

E così è stato: mia nonna se n'è andata in fretta, senza darci tanto da fare in un inverno in cui una brutta forma di influenza ne portò via tanti, quando io avevo 10 anni e mia madre 37. Mia madre ha cucinato per qualche mese fettine di carne, pasta al burro e minestrina di dado, dopo di che, forse per disperazione sua, mia e di mio padre, ha cominciato a comprare libri di cucina ed uno in particolare: “La cucina dalla A alla Z” di Carnacina e, tra tutte le ricette disponibili sceglieva quelle della cucina romanesca. Pur non essendo romana evidentemente voleva fare parte di quella terra che l'aveva così amorevolmente accolta e così giù con code alla vaccinara, penne all'arrabbiata, bucatini all'amatriciana, spaghetti alla carbonara, coratella coi carciofi.... aveva una sapienza nell'aggiungere la giusta dose di sale e di aromi, dare quel tocco che seguire pedissequamente una ricetta non può dare, come se anche in lei geneticamente ci fosse una predisposizione naturale a dare ai cibi la giusta amalgama di sapore. Essendo cresciuta con questi sapori, come potrei mai disprezzare la carne ed avercela con chi, senz'altro più di me, la consuma?

Caterina Regazzi



Treia. Caterina Regazzi bambina con la biciclettina (a destra) 



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Commento di Paola Botta Beltramo: "Dopo aver letto il bel   ricordo di Caterina   ho ripensato alle mie nonne: si  chiamavano entrambe Secondina; quella materna detta Dina e quella paterna detta Didi.  La nonna  materna, figlia di agricoltori un po’ benestanti  ma che hanno lasciato l’intera eredità, come usava allora, al solo figlio maschio,  visse  modestamente  dedicandosi  alla cura del marito e delle tre figlie.

Verso gli ottanta anni, ha lasciato il corpo  a 92,  iniziò a
trascorrere  ore davanti  ad una finestra della sua casa ad osservare
il sole al tramonto.  Un giorno le chiesi se non si annoiava e lei,
dopo un breve silenzio, mi confidò –non l’aveva mai detto a nessuno –
che vedeva nel sole scorrere  dei filmati  con tanti personaggi  anche
storici  che non riconosceva. No, non era demenza senile , era molto
razionale e ben consapevole che era preferibile non parlarne.
Inoltre, sarà stato per   l’osservazione del sole come rilevò  il dr.
Bates, lesse senza l’uso di occhiali  fino alle fine della sua  vita
terrena.

Didi, la madre di mio padre, era anch’ella una donna di semplici
costumi e poco colta come la mia nonna materna ma anch’ella mi ha
insegnato a credere nella vita oltre la vita e nella possibilità della
comunicazione telepatica. Nel 1942 ricevette la comunicazione che i
suoi due figli  erano periti nel corso della guerra. Ella disse
serafica al messo comunale che non era vero perché li aveva sognati e
sapeva che uno era lievemente ferito e che l’altro era prigioniero.
Molte persone intervennero per convincerla ad accettare  quella dura
realtà e per un po’ di tempo, fino al rientro dei figli, fu
considerata malata mentale e poi  una persona un po’ strana e perciò
osservata con un po’ di diffidenza. Ma, nonostante le dure prove
subite,  visse anch’ella in buona salute fino  a 94 anni.

Grazie Caterina e Paolo per tutto  e molti auguri di  buon anno.   Paola

giovedì 28 dicembre 2017

Treia. Consiglio Comunale del 29 dicembre 2017 - Ordine del Giorno


Immagine correlata

Treia - Si rende noto che è convocato il CONSIGLIO COMUNALE per il giorno venerdì 29 dicembre 2017, alle ore 16:30, in SESSIONE ordinaria di prima convocazione, in SEDUTA pubblica, presso l’Aula Multimediale in via Cavour, n. 29, per la trattazione del seguente ORDINE DEL GIORNO

1 COMUNICAZIONI DEL SINDACO. 

2 INTERROGAZIONE DEL GRUPPO CONSILIARE UNITI PER TREIA RELATIVA ALLO STATO DI AVANZAMENTO DELLA REDAZIONE DEL PEBA. 

3 LETTURA ED APPROVAZIONE VERBALI SEDUTA CONSILIARE DEL 10 NOVEMBRE 2017 (ART. 25 REG. C.C.). 

4 APPROVAZIONE SCHEMA DI ASSOCIAZIONE TEMPORANEA DI SCOPO (ATS) PER LA REALIZZAZIONE DEL PROGETTO “MESSA IN SICUREZZA, RECUPERO E VALORIZZAZIONE DELLA VIA LAURETANA”. 

5 APPROVAZIONE CRITERI GENERALI ADEGUAMENTO REGOLAMENTO SU ORDINAMENTO GENERALE DEGLI UFFICI E DEI SERVIZI. 

6 ADOZIONE VARIANTE N. 4 PIANO PER INSEDIAMENTI PRODUTTIVI SANTA MARIA IN SELVA.

7 APPROVAZIONE DEFINITIVA VARIANTE PARZIALE AL P.R.G. 2016 E CONTRODEDUZIONI AL DECRETO PRESIDENZIALE N. 176 DEL 31/10/2017. 

8 APPROVAZIONE DEFINITIVA VARIANTE DEL PIANO DI ZONIZZAZIONE ACUSTICA COMUNALE. 

9 APPROVAZIONE PIANO DELLE ALIENAZIONI E VALORIZZAZIONI IMMOBILIARI 2017/2019 - ART. 58 L. 133/2008. 

10 DETERMINAZIONE PER L'ESERCIZIO 2018 DEI PREZZI DI VENDITA DELLE AREE DI PROPRIETA' COMUNALE DA DESTINARE ALLE ATTIVITA' PRODUTTIVE ED ALLA RESIDENZA. 

11 RATIFICA DELIBERA G.C. N. 210, ADOTTATA IN VIA D'URGENZA IN DATA 29/11/2017, AVENTE AD OGGETTO "VARIAZIONE URGENTE AL BILANCIO DI PREVISIONE 2017/2019". 

12 APPROVAZIONE PIANO FINANZIARIO DEI RIFIUTI E TARIFFE TARI ANNO 2018. 

13 CONFERMA ALIQUOTE IMU E TASI ANNO 2018. 

14 APPROVAZIONE PROGRAMMA TRIENNALE DEI LAVORI PUBBLICI 2018/2020 ED ELENCO ANNUALE 2018. 

15 APPROVAZIONE DOCUMENTO UNICO DI PROGRAMMAZIONE E BILANCIO DI PREVISIONE 2018/2020. 

IL SINDACO Franco Capponi

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Mio commentino: “Purtroppo stavolta non potrò essere presente, mi auguro che qualche cittadino voglia assistere al Consiglio e riportare notizie in merito...” (Paolo D'Arpini)

sabato 23 dicembre 2017

Natale 2017, a Treia il presepe non vive più...




Ho già detto in altre occasioni che la tradizione del Presepe è tipica nostrana. La celebrazione natalizia italiana infatti è radicata nella composizione del presepe o nella riproposizione dal vivo di scene della natività di Gesù (Presepe vivente) la quale consiste in una rappresentazione "teatrale" che ha lo scopo di ricordare, con l’impiego di figuranti umani ed animali, la nascita del Salvatore con una scenografia che viene appositamente costruita per ambientare la vicenda della natività.

Il primo Presepe vivente della storia fu opera di San Francesco d’Assisi, nel borgo di Greccio, presso Rieti, nel 1223. Da allora, la consuetudine si diffuse nel resto d’Italia. 

Ed anche Treia, per diversi anni,  ha messo  in scena la sua rappresentazione sacra. La tradizione del Presepe vivente  è durata sino al 2016, con la sua XXIV edizione  (vedi: http://www.eventiesagre.it/Presepi_Viventi/13191_Il+Presepe+Vivente+a+Treia.html)  ma quest'anno le vie del centro cittadino non saranno  caratterizzate dalla presenza di figuranti, animali e scene natalizie, non avendo appreso a tutt'oggi di programmazioni in corso.

Non si conosce la ragione di questo "forfait" della Proloco ma è un vero peccato che la  sacra rappresentazione sia stata interrotta proprio quando ce ne sarebbe stato più bisogno...  

Purtroppo sembra che questi non siano più tempi di "religione" ma di "circenses" consumisti, eppure, a  giudicare dalle immagini delle edizioni degli scorsi anni, sembra che il Presepe vivente sia stato molto seguito e partecipato dalla popolazione treiese che ne aveva fatto espressione della cultura popolare, al pari di altre manifestazioni come ad esempio la processione di marzo per la Festa  di San Patrizio o la  sfilata storica della Disfida del Bracciale  della prima domenica di agosto. 

Mi auguro perciò che la mancata esecuzione del Presepe vivente a Treia sia un fatto temporaneo e che possa riprendere al più presto!

Paolo D’Arpini 

Risultati immagini per treia comunità ideale paolo d'arpini

Comitato Treia Comunità Ideale


Video dell’edizione 2015  del Presepe vivente:  
https://www.youtube.com/watch?v=5-zxIpPc_cE