giovedì 30 giugno 2016

Regione Marche - La sicurezza alimentare diventa un optional (con l'emarginazione della sanità pubblica veterinaria)



Mancano fondi e la scure si abbatte sui servizi veterinari. Con pesanti conseguenze La Regione Marche seguendo l’esempio di altre regioni, a corto di risorse perché regolarmente definanziate dal Governo, sta mettendo mano contro tutto e tutti, all’ennesima riorganizzazione coatta del suo servizio sanitario regionale. Si rammenti che riorganizzare per le Regioni ormai da anni non significa più rinnovare ma solo tagliare, sopprimere, eliminare e in un altro senso project financing quindi debito sommerso. 

La novità questa volta è che ad essere riorganizzato non è più la solita rete ospedaliera e i vari servizi territoriali o il numero delle asl, cioè il sistema della cura e il sistema della gestione, ma è niente meno che il dipartimento di prevenzione e in particolare i servizi veterinari deputati alla sicurezza alimentare, cioè il sistema della prevenzione primaria. 

Nel nostro paese, per quanto paradossale appaia avendo noi una legislazione sul valore della salute di avanguardia, la prevenzione primaria è la cenerentola del sistema sanitario e i servizi deputati a questa funzione, i dipartimenti appunto, sono quanto di più negletto e di più carente si possa immaginare. Da anni gli operatori del settore gridano della loro crisi e del loro abbandono e degli effetti devastanti che ciò implica sulla salute collettiva della popolazione. 

Ma nessuno li ascolta. Nonostante l’art 32 della Costituzione, siamo il paese delle malattie per cui non dobbiamo meravigliarci quando l’Istat ci dice che l’attesa di vita dei nostri concittadini è in calo come se fossimo un paese del terzo mondo. A condizioni non impedite se le malattie crescono perché non si fa prevenzione e se i sistemi di cura sono tagliati perché il governo non finanzia la sanità, allora la parte più debole della popolazione (gli 11 milioni che secondo il Censis rinunciano a curarsi) muore di più e muore prima. 

Il governo Renzi e le Regioni, senza neanche scomodare la regola transitiva questa responsabilità politica se la devono prendere. A guardare i dati epidemiologici il nostro è un governo patogenetico e in particolare cancerogeno, nel senso neanche troppo metaforico, che le sue politiche nazionali e regionali a livello macro, cioè a scala di popolazione, e a livello micro, cioè a scala individuale, producono malattie e non salute e in particolare malattie oncologiche. 

Torniamo alle Marche. Da mesi è in corso uno sfiancante braccio di ferro tra la SIVeMP (sindacato italiano veterinari di medicina pubblica) e l’Asur (azienda sanitaria runica regionale) su come riorganizzare i dipartimenti di prevenzione. L’orientamento della Regione è stato riassunto con una parola che non ci saremmo mai sognati di usare vale a dire deveterinizzazione che sta ad indicare un vero e proprio processo di emarginazione della sanità pubblica veterinaria e sicurezza alimentare. Sui dettagli tecnici di questa sporca e infame operazione, non entriamo nel merito a parte sottolineare che essa passa principalmente per un taglio drastico delle figure responsabili delle funzioni (da 52 a 20) e quindi dei servizi. Appunto qualcosa di più di un ridimensionamento. 

Ci preme però rimarcare le conseguenze che questa dissennata decisione avrà su almeno due terreni: quello della salute individuale e collettiva e quello economico. Nelle Marche si sta registrando già ora un aumento delle tossinfezioni, delle allergie alimentari, delle intossicazioni tutte correlabili alla circolazione di alimenti non rispondenti ai requisiti sanitari previsti dalla normativa europea e nazionale. Per cui tagliare sulla già malmessa sicurezza alimentare è come liberare nei super mercati un esercito di untori. Per non parlare delle malattie oncologiche la cui prevedibile crescita si potrà registrare solo nel medio lungo periodo. Sul piano economico il taglio della sicurezza alimentare provocherà un danno incalcolabile dal momento che essa inevitabilmente limiterà la libera commercializzazione, in ambito Ue ed extra Ue, di animali e di prodotti alimentari di origine marchigiana danneggiando il settore agro-zootecnico con particolare ricaduta negativa sul comparto turistico ed enogastronomico della regione. 

Per cui pensando alla Regione Marche, viene da esclamare increduli: «ma siete proprio sicuri di quello che fate?». I soldi per colpa di questo governo sono pochi ma possibile mai che prima di diventare pubblici untori , cioè di infettare la popolazione anziché proteggerla, in tutto il sistema sanitario marchigiano non vi siano sprechi da abbattere, diseconomie da superare, privilegi da revocare, cose inutili da ripensare? Ma proprio con la prevenzione primaria ve la dovete prendere? Che male vi hanno fatto i marchigiani per meritare questa punizione? 

 Ivan Cavicchi, 29.06.2016


Fonte: IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

mercoledì 29 giugno 2016

Treia - Comitato Treia Comunità Ideale: verbale dell'incontro del 28 giugno 2016



Il  28 giugno 2016, alle ore 21, in Via San Marco Vecchio n. 17/C. a Passo Treia, a casa di Lauretta Mattiacci e Adriano Spoletini, si è riunito il gruppo di lavoro del Comitato Treia Comunità Ideale,  per parlare di programmi e progetti  in corso e da realizzare nel prossimo futuro.  Presenti: Paolo D'Arpini, Adriano Spoletini, Lauretta Mattiacci, Simonetta Borgiani, David Menichelli, Caterina Regazzi e l'ospite Marinella Gianaroli. Assenti giustificati: Enzo Catani, Daniela Lacché, Paola Pela, Sandro Capponi ed altri.  

Dopo una introduzione generale  sugli eventi  propedeutici all'ampliamento dell'aggregazione e della partecipazione al progetto bioregionale, previsti nel mese di Agosto  a Recanati, Cingoli e San Severino Marche, si è parlato dell'organizzazione della prossima Fiera delle Eccellenze Bioregionali da tenere a Treia l'8 dicembre 2016. Si parte dall'analisi sullo svolgimento della scorsa edizione riproponendoci per la prossima un ampliamento e coinvolgimento delle realtà limitrofe territoriali (bioregione): Appignano, Tolentino, Pollenza, etc. 

Per quanto riguarda la lettera precedentemente inviata alle associazioni di Treia (http://treiacomunitaideale.blogspot.it/2016/05/fiera-delle-eccellenze-bioregionali.html sinora ha risposto verbalmente l'AVIS, dando la disponibilità a collaborare. Pertanto Adriano Spoletini  si è detto disponibile a contattare personalmente le associazioni treiesi più in sintonia con il Comitato invitandole ad un prossimo incontro ed compartecipare all'organizzazione della Fiera suddetta. Il contatto diretto sicuramente porterà maggiori risultati. 

In questo senso anche David Menichelli si  attiverà per ricontattare gli  espositori treiesi che hanno già partecipato alla Fiera dello scorso anno, fungendo così da elemento di coordinamento e collegamento. A chi fra i partecipanti alla Fiera darà una maggiore disponibilità collaborativa verranno affidati specifici compiti  nei vari settori. 

Paolo D'Arpini ha dato la sua disponibilità ad occuparsi degli aspetti culturali e promozionali per la prossima edizione della Fiera nonché, con l'ausilio di Simonetta Borgiani, a svolgere azione di collegamento con le Istituzioni che possono (e debbono) essere coinvolte.

Allorché ci saranno elementi sufficienti per giustificare una successiva riunione del Comitato questo si riunirà nuovamente, possibilmente entro il mese di luglio 2016.

Paolo D'Arpini, coordinatore

Treia. Fiera delle eccellenze bioregionali 2015

giovedì 23 giugno 2016

Vivere decorosamente lavorando meno, lavorando tutti...

Dunque: c’è il problema della crisi e con essa della disoccupazione: le fabbriche chiudono per mancanza di commesse sufficienti per mantenere il personale e ammortizzare i costi fissi, in più sia le pubbliche amministrazioni ma anche i privati cittadini fanno fatica a pagare e molte ditte falliscono per cui non possono pagare i loro creditori… insomma, cose complicate, ma semplici nello stesso tempo.
Quel che c’è da chiedersi è come mai, fino a qualche anno fa, non era così e si stava più o meno tutti relativamente bene tanto che abbiamo attirato qui da noi schiere di stranieri per un posto di lavoro che noi ormai disdegniamo perché troppo faticoso, sporco, umile.
Ma a parte questi discorsi come mai non c’è una programmazione e una redistribuzione del lavoro e quindi della ricchezza? Come mai non c’è un organismo che analizza quali sono i bisogni essenziali della popolazione (in sanità si chiamano LEA, ma ho il dubbio che questi non siano valori realistici, ma lasciamo perdere) in beni e servizi di prima necessità (cibo, vestiario, abitazioni, arredo casalingo, utensileria casalinga e di lavoro, piccoli e grandi elettrodomestici, autovetture, mezzi di trasporto collettivi, strumenti di comunicazione, servizi sanitari e farmaceutici, attività commerciali e connessi, attività ricreative e culturali e altri che non sto qui ad elencare.
Si potrebbe stabilire di quanti lavoratori un paese ha bisogno e di quante ore di lavoro per ciascuna attività si ha bisogno da qui ad un periodo futuro X (un po’ come si fa con le “quote latte”. Si potrebbe poi fare il calcolo dell’entità della forza lavoro presente nel paese o in una parte del paese per redistribuire le attività per ogni cittadino, anche a seconda delle propensioni personali e senza disdegnare trasferimenti lavorativi da una branca all’altra, anche per rendere la vita lavorativa più interessante e meno monotona.
Certo bisognerebbe eliminare molte attività inutili, recuperando invece quelle utili, e che si mettesse un freno al consumismo. Così si potrebbe lavorare meno e lavorare tutti, slogan molto in voga negli anni ‘70, ma che purtroppo non vedo ripreso da nessun gruppo politico di oggi. Invece adesso chi un lavoro ce l’ha magari è sfruttato ma non ha nemmeno il coraggio di reagire e ribellarsi per paura di perderlo.
Nella società che vorrei  ognuno dovrebbe lavorare un minimo ricevendo un salario giusto per vivere decorosamente.
Si dovrebbe lavorare un numero di anni tale per cui ne rimangano un po’ da vivere liberamente, anche per accudire i propri anziani e i propri nipoti o anche semplicemente chi ha bisogno, e sono in molti.
Al momento attuale sembra che tutti, sia a scuola che sul lavoro, dobbiamo dimostrare di essere i migliori, quelli che si impegnano di più, sia fisicamente che intellettualmente e dimostrando la massima disponibilità, ingenerando spesso invidie e competitività invece che collaborazione, senza considerare che è sufficiente amare il proprio lavoro, farlo con gioia per essere produttivi. Sentimenti questi che non sempre sul proprio posto di lavoro, per mille motivi, si riescono a provare.
Caterina Regazzi
Comitato per  "Treia Comunità Ideale"  treiacomunitaideale@gmail.com

martedì 14 giugno 2016

Manifesto per la realizzazione di una comunità ideale bioregionale




Un sovvertimento di valori è necessario per la comprensione di ciò che realmente è utile  per sviluppare intelligenza e  qualità della vita in una comunità ideale. 

Occorre andare oltre il “salto della quaglia” ed avventurarsi sulle cime impervie, imitando il volo dell’aquila che dall’alto osserva il territorio e lo fa proprio. L’aquila tutto scorge mentre la quaglia vola basso, anzi bassissimo, e vede solo la sua piccola porzione di terra.
Allo stesso tempo, da un punto di vista dell’ecologia profonda bioregionale, possiamo dire che entrambe le visioni sono necessarie, non si può trascurare né l’una né l’altra. Ma se trascurassimo la visione dell’aquila sarebbe come se credessimo di conoscere il mondo stando dentro al pozzo, come fece quella piccola rana nella storia zen (http://www.circolovegetarianocalcata.it/2016/06/14/settarismo-religioso-la-visione-limitata-della-rana-nel-pozzo/)

Tradotto in termini pratici questo significa che non si può essere maturi nella coscienza ecologica e sociale solo se ci si occupa del nostro campiello, della capretta nell’ovile, del pollo nell’aia, del ruscello che scorre dietro casa e delle piantine che crescono nel vaso sul terrazzo… o delle mille noie di mercato, del condominio, di precedenze strutturali, di beghe gerarchiche, etc.

Del lontano e del vicino va tenuto conto per un integrazione nel nostro abitare in un determinato luogo, pur restando coscienti della comune appartenenza alla vita, in ogni luogo.

Dobbiamo essere consapevoli dell’inscindibilità della vita, partendo dal contesto familiare  in cui viviamo, osservando le cose con l’occhio dell’ecologia profonda, nell'habitat, nella società e nell’ambito istituzionale ed amministrativo.

Insomma abbiamo bisogno della spiritualità e della ragione, della cultura e delle sue variegate espressioni di pensiero ma anche di sensazioni, percezioni, intuizioni, sentimenti.

Altrimenti la nostra società sarà solo una sterile macchinetta funzionale e burocratica, la nostra battaglia sarà solo una continua ricerca di aggiustamenti esteriori con nuove leggi e leggine. Come possiamo far parte di un contesto “umano” e socialmente integro se non consideriamo anche –forse in questo momento storico direi “soprattutto”- le necessità del mantenimento delle dignità umane, della riscoperta dei valori morali e spirituali?

Ci vuole uno scossone intellettuale ed amorevole nella nostra attitudine, occorre avviare un bio-ragionamento al nostro interno. Dovremmo  essere attivi nel contesto sociale in cui viviamo ed ottemperare al dovere di manifestare il “bioregionalismo”, “l’ecologia profonda” e la “spiritualità laica”  nella nostra comunità.  

Paolo D'Arpini

mercoledì 8 giugno 2016

Treia, 11 giugno 2016 - “PROGETTO B” - Azione solidale





Trasmetto  di seguito  la lettera di invito all’evento in programma sabato 11 giugno al Teatro comunale,  
ringraziandoVi fin da ora per l’attenzione che vorrete riservare a questo evento e auspicando vivamente la partecipazione

Liliana Palmieri


Treia
dr.ssa Liliana Palmieri
RESPONSABILE  I SETTORE
“AFFARI GENERALI ED ISTITUZIONALI 
RISORSE UMANE – SERVIZI DEMOGRAFICI"
COMUNE DI TREIA
P.zza della Repubblica 2 - 62010 TREIA (MC)

Treia, lì  8 giugno 2016

Alle Associazioni del territorio
LORO SEDI

OGGETTO“PROGETTO B”. UNA GARA DI SOLIDARIETÀ PER BARBARA GIUGGIOLONI E PER L’ASSOCIAZIONE “PROGETTO B”. TREIA 11 GIUGNO ORE 21.00 TEATRO COMUNALE.


Gent.mi - Tutti abbiamo sentito parlare di Barbara Giuggioloni e del suo gravissimo problema di salute. Barbara è affetta da una gravissima forma di SLA, una malattia terribile e incurabile.
Ora è arrivata l’occasione per fare qualcosa di concreto per aiutarla !
Sabato 11 giugno 2016 al Teatro Comunale di Treia andrà in scena uno spettacolo promosso per raccogliere fondi per Barbara e per l’Associazione progetto B.
E’ un modo che la nostra Città ha per sostenere l’Associazione Progetto B, nata dall’incontro tra Barbara e Alessandro Massarini, stilista e fotografo, direttore creativo dell’omonimo “Progetto B”, che ha preso vita con la realizzazione di un libro fotografico (con scatti anche nella nostra Villa Spada), di cui Barbara è protagonista; il progetto è stato poi ampliato con la realizzazione di un cortometraggio, di una mostra e di un album musicale. Il tutto darà vita ad uno show, che vuole essere una vera e propria gara di solidarietà per raccogliere fondi destinati alla famiglia di Barbara e all’Associazione “Progetto B”, nata per tutelare i diritti di giovani, malati cronici e terminali.

Vi chiediamo di aderire e promuovere la partecipazione a questo evento importante, per testimoniare che la Città di Treia e la sua realtà associativa sono capaci di operare anche nel segno del sostegno e della solidarietà !

Lo show avrà inizio alle ore 21.00 presso il Teatro comunale e sarà preceduto da un “Apeshow”, un aperitivo offerto ai partecipanti allo spettacolo presso la Sala Banchetti dell’Hotel Grimaldi.
I biglietti (€ 10 loggione, € 15.00 laterali, € 20,00 platea e palchi centrali) sono acquistabili presso la biglietteria del Teatro oppure on-line (http://www.liveticket.it/teatroservice)

Per informazioni 0733/205571 – 348/3417306 – 0733/218726

Distinti saluti.



                  IL SINDACO                     L’ASSESSORE ALLA CULTURA

                  Franco Capponi                                                    Edi Castellani
                             
                                        

 

domenica 5 giugno 2016

“Treia, la casa della memoria…” di Caterina Regazzi


(Treia: i parenti di Caterina Regazzi  e lei bambina, con il triciclo,  sulla destra)

La casa di Treia è la casa della mia infanzia e fanciullezza, in cui c’erano un ingresso anteriore ed uno posteriore, … Io ho trascorso lì tutte le estati da quando mia madre se l’è sentita di lasciarmi sola con mia nonna Annetta e deve essere successo molto presto, fin quando lei se ne è andata. Io avevo 10 anni, allora. Quel pesante portone esterno, in quegli anni, è sempre stato aperto, e per non stare proprio in mezzo alla strada veniva tenuto chiusa invece una porta di mezzo. Io passavo le mie giornate seduta sul gradino che da sulla strada e salutavo tutti i passanti. 
A volte i miei mi compravano una pistola ad acqua e allora mi divertivo a spruzzare le poche auto che passavano lì davanti. Spesso veniva a trovarmi un gruppo di ragazzini: Luciano, Piero, Donello e Gerardo. Donello e Gerardo erano i figli di un appuntato dei carabinieri che viveva nell’appartamento del piano di sopra, in affitto da mia zia Augusta, e si trasferirono in un altro paese tanti anni fa, Piero se n’è andato anni fa per una qualche malattia e Luciano invece abita ancora a Treia e lo incontro spesso al mattino al bar dove andiamo io e Paolo a fare colazione. 
Avevo una foto bellissima, scattata da mio padre Fausto, in cui ci sono io in mezzo, con un passeggino con una bambola nera (una rarità per quei tempi) che si chiamava Carlotta e dietro questi 4 ragazzini, di qualche anno più di me e quindi più alti di me di 30-40 centimetri, tutti in calzoncini corti, ai giardinetti di San Marco. Ne avevo fatta anche fare una copia per darla a Luciano (tempo fa gliene avevo parlato e gliela avevo promessa), ma poi con tutti i traslochi e gli spostamenti di mobili, chissà che fine hanno fatto. Chissà cosa ci trovavano mai quei quatto ragazzini in quella bimbetta più piccola di loro e così fragile….. ma forse era la magia di quel portone aperto.

In verità non mi è facile raccontare del mio rapporto con Treia….. scrivere di Treia mi imbarazza un po’, è come scrivere del mio primo amore, è come parlare del rapporto con la madre, è un po’ come andare dallo psicanalista! La storia del mio rapporto con questo paese è praticamente la storia della mia vita e non mi sento tanto importante da scrivere un’autobiografia e cercherò quindi di estrapolare dalla memoria emozioni ed immagini che possano in qualche modo interessare chi avrà la voglia e la pazienza di leggermi. E’ una storia fatta anche di panorami e per questo sono andata a rovistare fra vecchi album di foto per accompagnare queste righe con qualche visione di oggi e di ieri perché, se è vero che è importante vivere l’adesso, quel che io sono adesso e quello che provo mi deriva dalla somma delle esperienze del passato grazie alle quali vivrò il futuro con tutto il bagaglio, leggero il più possibile, che mi porto appresso.

La casa di Treia è “la casa della memoria” e per questo quando Paolo ci è andato a vivere io e Viola abbiamo un po’ “tremato” ma lui è stato delicato, non ha neanche pensato a stravolgere l’immagine generale. Quella casa ha tante cose, tanti oggetti e ognuno ha una sua storia ed anche se di tante di esse farei tranquillamente e volentieri a meno, non riesco a liberarmene, mi sembrerebbe di fare un torto a mia madre, perché era quella la “sua” casa. E’ una storia fatta di emozioni: quando si arriva a Treia in automobile, io normalmente faccio “la corta”, la strada che passa davanti a Villa Spada (a proposito: che darei per andarci dentro, ma chissà di chi è e cosa se ne fa e se ne farà), quindi il tragitto è in salita, una salita abbastanza ripida e quindi l’auto deve essere in una marcia bassa e fa un rumore acuto, ecco, io, quando scalo la marcia e comincio a sentire quel rumore, comincio a provare quell’emozione, una specie di piccola accelerazione del battito cardiaco e come un sottofondo della mia anima che dice: ecco, la mia bella Treia! 

La mia bella Treia, con quel colore delle case che è il più bello, è caldo, è dolce, non è come il grigio del tufo, non è come il mattone a vista di altri luoghi; io non so che terra ci volesse e ci voglia per fare quei mattoni (ma se ne fanno ancora di quei mattoni, di quel colore, oggi?), non è come gli intonaci di vari colori alla moda, alle volte sgargianti, a  volte sbiaditi, a volte anche belli, ma il colore di quelle case per me è il più bello del mondo, e sono tutte uguali. E poi, finita la salita, quel breve tratto di strada circonvallazione che da sul panorama verso il Conero, e quella collinetta tutta spoglia ma sempre ben coltivata e quella deliziosa casetta che ci sta in cima, che darei per andare a vedere quel posto! e nelle giornate limpide il pezzetto di Adriatico vicino al monte. E’ bellissimo vedere il mare da lì, ti fa sentire che tutto sommato, il mare è a portata di mano, a un tiro di schioppo! Altra sensazione, oltre a quella di rivedere un luogo per me bellissimo, è quella del “ritorno a casa”. 
Ho cambiato di casa diverse volte nella mia vita ed ogni volta c’era più o meno, presto o tardi, questa sensazione che si deve per forza provare nel luogo dove dormiamo, mangiamo, amiamo, pena una dissociazione della personalità, se questa sensazione viene a mancare. L’ho provata a Spilamberto, prima ancora di andarci ad abitare, ma il luogo dove mi sono sentita quasi sempre a casa, pur non avendoci mai abitato, nel senso “ufficiale” del termine, cioè pur non avendoci mai risieduto, è proprio Treia. Ho detto “quasi” di proposito e a ragion veduta perché c’è stato anche un periodo abbastanza lungo in cui mi ci sentivo fuori posto. Sono stati gli anni della solitudine, e poi quelli della malattia e poi della scomparsa dei miei genitori. Le stanze erano troppo vuote, troppo silenziose, ed i ricordi delle feste, delle cene e dei pranzi con i miei genitori, con i parenti, molti di loro ormai scomparsi, con le amiche ormai perdute, per le strade della vita che si dividono, mi davano solo una gran malinconia e voglia di scapparmene nella mia casa “altra” di quel momento. Gli “spiriti” che sicuramente vi aleggiano, non mi facevano buona compagnia o forse non ero io una buona compagnia per loro. 
Anche i treiesi mi parevano ormai tutti estranei e facevo fatica anche a fermarmi a scambiare due parole con loro, anche con i conosciuti. I treiesi sono persone buone come il pane, così come era mia nonna Annetta, ma di certo non si può dire che siano socievoli, se non sei tu a fare il primo passo, è difficile che si aprano. Quando hai superato quella debole barriera sono capaci di darti tutto. Parlo poi pensando ai “vecchi”, dove per vecchi intendo anche i cinquantenni, cioè i miei coetanei, perché dei giovani di oggi non saprei cosa dire.


E così poi è arrivato Paolo, anzi, per meglio dire, sono arrivata io da lui, e ricordo che parlammo di questo paese non so perché il primo giorno, sicuramente per l’assonanza del nome con quello del fiume che scorre nel paese da cui lui proviene, e l’idea, non so se mia o sua che lui si trasferisse qui, mi ha subito entusiasmato. Non che non vedessi le difficoltà e gli eventuali problemi ma in due e due quattro, ecco che la casa è stata “resuscitata” a nuova vita, gli armadi sono stati aperti, il camino riacceso dopo anni e riparato, la legnaia riempita, alcune cose inutili o rotte eliminate (ma pochissime come dicevo prima), la dispensa rifornita, i letti rifatti e riusati. Il tempo là riprende il suo valore, di vita vissuta. 
Caterina Regazzi

Immagine incorporata 1

(Brano tratto da “Treia: storie di vita bioregionale”

giovedì 2 giugno 2016

Treia. Antichi mestieri bioregionali connessi all'agricoltura ed all'alimentazione - di Alberto Meriggi



In estrema sintesi ricordo che gli statuti comunali sono le leggi che i Comuni, dopo la loro nascita, cominciarono a darsi per regolamentare la vita civile della comunità.  Il Comune godeva di una certa autonomia e poteva regolare la vita dei propri cittadini con norme che esso stesso si dava e adattava alle proprie esigenze particolari. Vi dico solo che oggi sono considerati tra le fonti giuridiche più importanti del Medioevo e sono studiati come la più viva testimonianza della società comunale. Cominciano ad essere redatti addirittura alla fine del Duecento, poi nel tempo saranno sempre riadattati ai mutamenti sociali, politici ed economici. Quelli originali giunti fino a noi sono soprattutto del Trecento e Quattrocento e molti di essi, con l’avvento della stampa, verranno anche stampati nei primi decenni del Cinquecento. 

E’ il caso degli statuti che io ho studiato, ad esempio quelli di Treia, stampati nel 1526 e quelli di Appignano stampati nel 1538, la cui edizione critica pubblicherò a giorni e presenterò il prossimo 10 novembre ad Appignano. 
Siccome negli statuti si parla di tutto io ho pensato di proporvene uno un po’ vicino allo spirito del Circolo Vegetariano VV.TT. di Treia, ed alla tavola rotonda denominata “Cultura e Coltura”, che qui si tenne il 5 maggio 2012, ed alla quale anch'io partecipai. Si tratta delle norme statutarie riguardanti i più importanti mestieri legati al cibo e al sistema alimentare, e ci accorgeremo che sarà un’immersione nella terra e un tuffo nella natura.

Va detto subito che Treia era un comune a marcata vocazione agricola e, come in tutte le altre località rurali della zona, quasi tutti i mestieri esercitati all’interno delle mura erano in stretta correlazione con le produzioni derivate dalle attività agricole. La terra era considerata il più valido strumento di approvvigionamento alimentare e di profitto e sarà così almeno fino all’affacciarsi dell’industrializzazione.

Ovviamente negli statuti non troviamo né ricette né menù, ma solo tante disposizioni, imposizioni e proibizioni, concernenti il lavoro, i singoli prodotti, la produzione, i prezzi, la tassazione, la conservazione e perfino le norme igieniche. In essi era data particolare attenzione alla regolamentazione di quei mestieri che erano atti a soddisfare i bisogni primari della popolazione, vale a dire i produttori e fornitori di generi alimentari di base, come pane, vino, verdure, frutta e legumi. Questi erano i principali prodotti, con le loro derivazioni, che sia i ricchi che i poveri mangiavano, naturalmente con differenze tra le classi sociali nella quantità e nella qualità. Mi sembra interessante sottolineare che gli statuti confermano quello che ormai è ben noto agli storici: nel Medioevo e anche nei primi secoli dell’Età moderna, non esisteva nei nostri paesi un commercio di viveri con terre lontane. Non compaiono cibi esotici. Ogni comunità si manteneva con quanto produceva il proprio territorio. In questo stando in sintonia con il sistema alimentare "bioregionale". Pochi erano gli scambi di generi alimentari e solo tra località vicine.

Prendiamo ad esempio il mestiere del fornaio. Tale lavoratore era al tempo stesso artigiano e commerciante. Poteva, come accade oggi, preparare il pane e venderlo al banco, ma soprattutto doveva cuocere il pane su richiesta di tutti coloro che gli richiedevano questo servizio al quale il fornaio non poteva sottrarsi. Chi voleva farsi cuocere il pane doveva portare la farina e gli altri ingredienti necessari. I fornai si facevano pagare trattenendo una quota parte del pane cotto. A Treia trattenevano quattro pagnotte ogni venti, per riscaldare il forno, suis lignis, cioè legna del fornaio, o lignis illius cuius essent panes, cioè legna del cliente. Nel primo caso la retribuzione consisteva in panes duos, cioè due pagnotte per ogni tavola infornata, mentre nel secondo caso era sufficiente una sola pagnotta. Sempre a  Treia era consentito ai fornai e ai loro familiari circolare nottetempo senza necessità di salvacondotto o lumi, perché quello era un lavoro da fare di notte in modo da far trovare il pane pronto al mattino presto. In entrambe le località i venditori di pane dovevano venderlo ben cotto e secondo i pesi stabiliti dalle autorità comunali, cioè pesandolo con una bilancia contrassegnata dal Comune.  V'era inoltre obbligo di porre sul banco una tovaglia bianca e un bastone per toccare le pagnotte che non potevano essere prese con le mani per nessun motivo. Chi veniva colto ad infrangere questa regola subiva una ammenda molto salata. Il pane rotto o toccato non poteva essere venduto a nessuno, nemmeno ai poveri a minor prezzo, pena multe salatissime. 

C’era anche l’obbligo di tenere un canestro per riporre le pagnotte quando con la pala venivano estratte dal forno in modo da evitare che cadessero a terra e si rompessero o si sporcassero. Assai vicina sul piano professionale alla figura del fornaio era quella del mugnaio. I mulini erano piccole macine ad acqua, cosiddetti terragni, di quel tipo ricordato da Dante nel XXIII canto dell’Inferno. Treia ne aveva nei vallati del Potenza. I mugnai dovevano restituire la farina, riposta in un sacco, per una quantità corrispondente al peso del grano, o altro prodotto, che era stato macinato. Anche i mugnai si facevano pagare con una quota parte della farina macinata, trattenendone il cinque per cento. Per tale operazione utilizzavano un apposito contenitore di ferro, chiamato “scatula”. Era una specie di grossa scodella omologata dal Comune e recante il sigillo comunale come segno di conformità. Attenzione! Negli statuti era prassi che la metà o altra porzione delle multe riscosse, andasse all’accusatore. Quindi, prima di trasgredire conveniva a chiunque guardarsi sempre intorno. Non va dimenticato che in quell’epoca tutti i mulini, ma soprattutto quelli da grano, godevano in tutti gli statuti comunali di una considerazione particolare perché ritenuti indispensabili per l’acquisizione dell’autosufficienza alimentare che ogni comune andava cercando con insistenza. 
Nell’epoca di cui stiamo parlando, e cioè gli inizi del Cinquecento, è ovvio che non si mangiava solo pane di frumento e carne, anzi questi due prodotti potevano permetterseli solo in pochi. E gli statuti parlano anche di altri prodotti alimentari, regolandone la produzione, la vendita e la tassazione. Questi altri prodotti li troviamo soprattutto al mercato dove non c’erano solo commercianti e mercanti di professione, ma anche contadini che provenivano dalla campagna e vendevano i prodotti dei campi e degli orti che coltivavano. 

Gli statuti di Treia chiamano questi venditori “triccoli”. Essi avevano nei loro banchi improvvisati pollame ruspante, uova, oche, anatre, piccioni e altri piccoli volatili. Potevano collocarsi nella piazza principale, però separati dai venditori di altre merci, sempre per questioni igieniche, e non potevano iniziare la propria attività prima dell’ora terza, le odierne nove del mattino, perché la loro mercanzia era starnazzante e rumorosa. Ovviamente non perché disturbassero chi ancora dormiva, ma perché avrebbero disturbato le funzioni religiose del mattino che si svolgevano nelle chiese adiacenti alla piazza. Dagli statuti conosciamo gli animali commestibili che i “triccoli” vendevano, oltre quelli già menzionati: fagiani, quaglie, tordi, merli, lepri, tortore, ma vendevano anche verdure e frutta come rape, cavoli, mele, pere, fichi, castagne, agli, cipolle, fave, fagioli secchi, noci, zucche, bietole, erbe di campo, porri e altro, a seconda delle stagioni. Alcuni di questi prodotti erano considerati talmente importanti per l’alimentazione quotidiana del tempo che non potevano essere esportati, come polli, uova, anatre, agnelli, capretti e formaggi. A Treia lo si poteva fare solo con espressa licenza del podestà. 

Naturalmente gli uomini e le donne di allora bevevano anche e, inutile ricordarlo, la bevanda per eccellenza era il vino. Gli statuti lo mostrano nelle cantine dei contadini, dei proprietari ma, ovviamente, soprattutto nelle taverne e nelle osterie. Le norme statutarie regolamentavano soprattutto il mestiere del taverniere, mestiere anch’esso soggetto ai dazi di consumo. A Treia i tavernieri, nelle loro tabernae, vendevano vino, olio e carne salata. Era un mestiere difficile perché nelle taverne avveniva di tutto ed era uno dei pochi luoghi dove erano meno evidenti le differenze tra i ceti sociali. Gli osti dovevano usare misure omologate dal Comune e tenere boccali tipo legati ad una catena e, ovviamente, non potevano contraffare vino e olio con altre sostanze, come miele, acqua o acquavite, pena multe salate e in alcuni casi anche la fustigazione. Non si poteva vendere vino di notte, ossia dopo il terzo rintocco della campana della sera e prima del primo rintocco della campana del mattino. E non si poteva somministrare vino ai minori di quindici anni. Noi oggi non ci riusciamo neanche con i superalcolici!  Naturalmente si beveva pure acqua la quale, come è sempre accaduto nella storia dell’umanità, serviva anche per cucinare. 

Gli statuti comunali, e naturalmente anche i due nostri, parlano molto dell’acqua, specialmente dettando norme soprattutto dal punto di vista dell’igiene, per evitare l’inquinamento da sporcizia di falde, pozzi, fonti e fontane. Multe pesanti erano a carico di coloro che danneggiavano le fontane e le cisterne pubbliche e deviavano i corsi d’acqua. Ma qui il discorso ci porterebbe troppo lontano. 

Invece, mi pare sia giunto ormai il tempo di fare una considerazione che a me sembra assai importante. Finora abbiamo parlato di alcuni mestieri legati ai cibi più consumati e più noti: fornai, mugnai, tavernieri, piccoli mercanti, ecc. Ma è ovvio che la filiera non cominciava lì. Il fornaio faceva il pane, ma aveva bisogno della farina che gli procurava il mugnaio il quale senza il grano che gli portava il contadino o, meglio, il proprietario terriero, non lavorava. E via dicendo. In poche parole, come ho detto all’inizio, la filiera cominciava per tutti dalla terra e da coloro che, a vario titolo, la lavoravano. Gli statuti comunali dedicano molte rubriche ai vari tipi di lavoratori della terra e dettano norme precise per ogni lavoro. 
E allora, sempre restando in ambito alimentare, vi propongo solo qualche esempio tra i più significativi. Abbiamo parlato di pane e allora andiamo a vedere rapidamente chi produceva il grano. Intanto ricordo che all’epoca il grano, ma anche l’orzo, veniva utilizzato spesso come moneta. Ciò sta a dimostrare l’importanza che all’epoca veniva data a questo cereale. La produzione del grano era indispensabile ad ogni comunità. Ma devo dire che grande importanza veniva data un po’ a tutti i prodotti della terra, specialmente ad altre granaglie minori come la spelta, l’avena, la segale, molto diffuse perché più resistenti alle intemperie. Fornivano un pane rozzo ma ben accettato per sopravvivere soprattutto durante le frequenti carestie. 

Tornando al grano, a Treia i mietitori e i trebbiatori trattenevano, come retribuzione, l’uno per cento del grano raccolto, ma dovevano lavorare dall’alba al tramonto. Durante la mietitura i lavoratori mietevano e componevano i covoni sotto il controllo di un rappresentante del proprietario e non dovevano lasciare il grano mietuto nel campo durante la notte. Gli statuti vietavano di raccogliere spighe nei campi prima che il grano venisse ammucchiato nell’aia. Molte disposizioni riguardavano i lavoratori delle vigne, in entrambi gli statuti. Ad Appignano i lavoratori delle vigne erano tenuti a svolgere tutti i lavori stagionali necessari, ovvero potare, zappare, vangare, legare le viti e fare quant’altro era previsto dal contratto stipulato col padrone delle vigne. Eventuali inadempienze venivano punite con la riduzione della quota parte di prodotto spettante ai lavoratori. Ovviamente negli statuti erano presenti multe per quei lavoratori che rubavano uva o altri prodotti. 

Nello statuto di Treia è più volte ripetuto che i lavoratori della terra, a vario titolo, erano tenuti a lavorarla quam suas proprias, cioè come se fosse di loro proprietà. E i terreni non potevano essere concessi in affitto o a giornata a lavoratori che non fossero di Treia. Questo naturalmente per favorire l’occupazione dei residenti. 

(Discorso di Alberto Meriggi tenuto il 5 maggio 2012 alla Festa dei Precursori, tratto dal libro "Treia: storie di vita bioregionale" di Paolo D'Arpini - Edizioni Tracce)