lunedì 20 novembre 2017

Il cambiamento inizia dal magazzino degli attrezzi usati…

“La montagna si scala dalla base” (M.B.)

Vorrei ora raccontarvi una storiella. Una volta in una società futuribile in cui tutto era informatizzato e meccanico, un funzionario che si era stufato del solito tran tran inutile e del vuoto migliorismo funzionale di una società quadrata, chiese di essere trasferito dal suo livello relativamente alto di attività ad un livello più basso, quello dei lavori manuali...
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Una volta in una società futuribile in cui tutto era informatizzato e meccanico, un funzionario che si era stufato del solito tran tran  inutile e del vuoto migliorismo funzionale di una società quadrata, chiese di essere trasferito  dal suo livello relativamente alto di attività ad un livello più basso, quello dei lavori manuali.
Così fu mandato come operaio  addetto alla manutenzione delle strade e lì iniziò per lui una nuova vita, un contatto diretto con le cose che prima non conosceva. La fatica era tanta e non c’erano soddisfazioni o riconoscimenti e spesso i suoi colleghi di lavoro erano  persone che non vedevano più in là del loro naso.
Egli notò che c’era un grande spreco di mezzi dovuto al fatto che non ci si prendeva dovuta cura degli attrezzi che spesso venivano lasciati sporchi a fine lavoro o sotto la pioggia.
Nella guardiola dove lui dormiva c’era anche lì un computer, ovviamente era tutta informatizzato, come dicevo prima, ed egli notò che c’era una voce fra le varie nello schema preformato in cui  inviava il riporto giornaliero alla centrale che diceva “suggerimenti”, ovviamente era una voce quasi inutile in quanto nessuno leggeva i suggerimenti di un manovale, ma lui cominciò  scrivere i suoi appunti sullo spreco di mezzi dovuto all’incuria, e siccome ormai era tutto gestito da un computer centrale e gli amministratori ed i politici si basavano su quanto indicato in esso per governare al “meglio” il mondo (una sorta di ”Gallup” proiettivo delle informazioni), quando il computer centrale iniziò a dare indicazioni sulla necessità di prendere dovuto cura degli attrezzi pena la perdita di risorse preziose….. iniziò un processo a catena in cui quello che saggiamente di volta in volta veniva consigliato dal nostro uomo qualunque, passando dal computer centrale,  veniva recepito dal governo mondiale e  le “sagge ragioni” sulla gestione delle risorse divennero pian piano elementi di un congegno per il cambiamento della  società…
E’ solo una favola? Chissà…..?

Paolo D’Arpini
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venerdì 17 novembre 2017

Azioni concrete per rifondare la società... e vivere in comunità



"Combattere il terrorismo", slogan tanto alla moda nel politichese vacuo e fraudolento di questa epoca, è una idea che potrebbe essere presa sul serio, a certe condizioni. Per esempio ripudiando NATO e BCE, note organizzazioni terroristiche e fraudolente internazionali.

Poi, ripudiando i commercianti internazionali di armi, il che pone un problema: l'Italia (perlomeno, nelle attendibili descrizioni dei Comboniani) è il quarto esportatore mondiale di armi del pianeta.


Ci vorrebbe, dunque, una radicale politica di riconversione civile delle industrie di armi. Il che è esattamente ciò che il governo non fa, né intende fare, visto che vendendo armi ci guadagna (per esempio, cacciabombardieri ai neonazisionisti di Tel Aviv,  o bombe all'Arabia saudita, quindi aggiungiamo il ripudio di Israele o degli altri stati terroristici  e per coerenza continuiamo il boicottaggio universale dei loro prodotti.


Ciò significa che probabilmente se volete combattere il terrorismo finirete per scoprire che è meglio ripudiare anche  l'Italia attuale.
Non sarà una grande perdita: la violenza ormai radicale ed efferata degli stati è uno dei gravi problemi irrisolti dell'umanità, e l'Italia uno dei principali casi problematici di cui liberarsi, non foss'altro per le pessime compagnie di cui si circondano i suoi governi.


Ripudiando anche i governi constaterete che nemmeno con ciò sarete andati incontro a gravi perdite, anzi, probabilmente la vostra vita sarà diventata più pacifica, mentalmente e materialmente, oltre che più soddisfacente.

A quel punto, potrebbero venirvi in mente delle iniziative intelligenti (potenzialmente ce ne sono sempre). 
Per esempio: costruire delle nuove comunità. Si potrebbe anche arrivare ad avere persino delle federazioni di comunità.


E, ormai che ci siete, visto che forse cominciate a provarci gusto, e che avete ricominciato a vivere una vita degna di essere vissuta, potreste ancora avere delle nuove brillanti idee.


Per esempio, convincere anche altri paesi a fare altrettanto.
E ricordandosi che è meglio diffidare dall'idea semplicistica secondo cui "prima dobbiamo prendere il potere, e allora metteremo le cose a posto", per l'ovvio motivo che è impossibile insegnare e far praticare ad altri ciò che non si sia conosciuto sperimentato e realizzato nella propria vita.


A meno che non crediate di poter imparare matematica e musica prendendo lezioni ed ordini da chi prima non le abbia mai studiate e imparate in proprio, un autentico controsenso illogico. E questo è un punto importante.

Turn On, Tune In, Drop Out !
Love In.


Sarvamangalam





martedì 14 novembre 2017

L'Islam avanza in Italia perché da un senso di protezione e di maggiore solidarietà tra credenti


La lettera di un lettore cristiano al quotidiano “Il Giornale”, pubblicata il 10 luglio 2016.

L’avevo messa da parte, poi momentaneamente smarrita, poi ritrovata.
E’ una lettera scritta  a “Il Giornale”.
Che dice che l’Islàm “attrae” perché valorizza, molto di più di ogni altra religione o ideologia, l’importanza della solidarietà e della coesione sociale. Ed è una ulteriore dimostrazione che quando una realtà è evidente, è visibile indipendentemente dalla religione che si professa. Basta essere intellettualmente onesti.
Ecco il testo integrale:
Spesso mi son posto criticamente verso alcune posizioni assunte nei paesi islamici, che non tengono conto dei diritti delle donne e della libertà individuale. Ma forse lì la condizione femminile gode di maggior rispetto umano, sia pur nelle ristrettezze dell’espressione formale; altrettanto dicasi per le dignità personali godute nella vita sociale, ove è più sentita la regola del rispetto reciproco e dei valori condivisi. Insomma nell’islam la società è poco “libertaria” ma l’uomo comune vive in un ambito comunitario più rispettoso dei rapporti umani. La gente si converte all’islam perché si sente socialmente più protetta e sviluppa una maggiore solidarietà interna, un po’ come succedeva ai cristiani della prima ora. Questo dovrebbe far meditare i preti cattolici ed i nostri sociologi e politici che ormai si interessano solo agli aspetti “economici” del benessere…”
Paolo D’Arpini, Treia (Macerata)
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domenica 12 novembre 2017

Treia giorno per giorno nei racconti bioregionali di Paolo D'Arpini



Se con “Vita senza tempo”, Paolo D’Arpini, ci ha raccontato, attraverso un fitto scambio epistolare, il suo rapporto con la sua compagna Caterina, coautrice del libro, e con “Riciclaggio della memoria” ci ha confidato le sue idee sul mondo e sulla vita, intrise di spiritualità laica e di ecologia profonda, con quest’ ultima fatica “Treia: storie di vita bioregionale”, ha voluto rendere omaggio al paese dove vive, appunto, Treia, sottolineando l’appartenenza a questa comunità di cui si sente cittadino attivo e operoso.

Le storie che vengono narrate nel libro sono il frutto di un’attenta osservazione che  Paolo condivide con tante persone di diversa provenienza e sensibilità.


Esse non sono né banali, né scontate e soprattutto sono scevre da pregiudizi e luoghi comuni. Sono piuttosto un invito alla riflessione e alla formazione di un sano spirito critico, a guardare le cose per quelle che sono al di là di come appaiono.


Questi racconti di vita quotidiana, di storie cosiddette sui bordi o minori, sono un lavoro encomiabile che, di certo, non hanno l’ambizione di catturare il lettore con effetti speciali o di far leva su un’ emotività di superficie. Sono l’invito a soffermarsi sul qui ed ora, a non allontanarsi da sé per inseguire le chimere e gli idoli della modernità.


Paolo non seleziona, scrive tutto, la sua parola è sincera. La cronaca è precisa, attenta ed equilibrata. 

In un mondo mediatico dominato da notizie sensazionalistiche, per non dire catastrofiche, da un vojerismo ruffiano che sa solo suscitare pruriti indecenti, da falsi miti ed “eroi plastificati”, la narrazione nuda e cruda della quotidianità, a cui non fa difetto l’acutezza dell’osservazione e la bellezza della poesia, rappresenta un fatto inusuale che restituisce alla normalità la sua originale dignità.


Una normalità fatta di semplicità e di lentezza, sempre più rare e apprezzate, perché la febbre, che tanto eccita gli animi umani, si nutre di smanie, di protagonismi, di ostentazioni, di rivalità.


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Il pregio di questo libro sta proprio nella narrazione della quotidianità, di come anche dalle periferie, da uno dei tanti piccoli paesi della nostra penisola, si possa contribuire a costruire un’etica condivisa, un senso comune di appartenenza, un anelito alla bellezza e alla giustizia, un rispetto per la natura e la sua complessità, tanto più urgenti e necessari, oggi, quanto più si assiste a forme di preoccupante e dilagante individualismo, cinico e superficiale.


Il libro, nel tentativo di restituirci una dimensione interiore in cui il tempo è scandito da ritmi lenti e da un respiro profondo, ci invita soprattutto a sostare e a rallentare i nostri passi.


Ma noi sapremo ancora apprezzare la bellezza di un paesaggio o di un mandorlo in fiore o l’incomparabile architettura dei nostri borghi antichi? Vorrei continuare a sperare, nonostante i tanti segni di disattenzione e di degrado, non solo sociale e ambientale, ma anche e soprattutto etico e culturale. 

L’umanità sembra dispersa e forse confusa, fa fatica a ritrovarsi, ma a che serve continuare ad imprecare contro il buio? Piuttosto si avverte l’urgente bisogno di accendere qualche lume. 

Michele Meomartino

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Paolo D'Arpini  e Michele Meomartino,  in cucina

venerdì 10 novembre 2017

Macerata. Crescere in maturità e tenerezza, si può...


La crescita in tenerezza ed in maturità sono i veri segni del successo verso l’umanità e la creazione tutta. Il grande errore di ogni etica è stato quello di immaginarsi di avere a che fare con i soli rapporti fra uomo ed uomo. Invece il vero problema riguarda la sua attitudine verso il mondo, verso tutta la vita che entra nel rapporto d’azione.
Un uomo è morale soltanto quando considera la vita nel suo insieme, quella delle piante e animali come quella dei suoi simili, e quando su dedica ad aiutare disinteressatamente ogni altra vita che ha bisogno.
Soltanto l’etica universale che sente la vicinanza di tutto ciò che vive, in una sfera sempre più ampia, soltanto quell’etica è fondata sul ‘pensiero’. L’etica del rapporto fra uomo ed uomo non è in verità un qualcosa a parte, è solo un rapporto particolare che deriva dall’universale.
L’etica del rispetto per la vita comprende quindi tutto ciò che può essere rappresentato come amore, devozione e comprensione. Nella gioia, nella sofferenza e nella fatica.
In un giorno a venire tutte le forze della natura si uniranno intelligentemente per raggiungere lo scopo finale, senza diffidenza, né ostilità reciproca, ma nel riconoscimento universale della fratellanza, di cui tutti facciamo parte essendo figli dello stesso padre.
Cerchiamo allora ognuno nella nostra piccola cerchia di attività di preparare e prepararci a questa era di pace e di amore. Sia questo il desiderio ardente, il sogno di tutti gli uomini riflessivi e sinceri.
Possiamo ben fare un piccolo sacrificio per avvicinare l’umanità verso un glorioso avvenire. Purifichiamo i nostri pensieri e le nostre azioni assieme al nostro alimento.
Con l’esempio e la parola facciamo tutto quello che dipende da noi per diffondere l’evangelo di compassione e di amore, per far cessare il regime della brutalità e per affrettare l’avvento del grande regno di giustizia nel quale la volontà del padre nostro sarà fatta nella terra come in cielo.
Settembre 1992: Aldo D’Arpini – Alfa Zeta
………………………
Una considerazione aggiunta:
Lo scritto soprastante fa parte di una raccolta di racconti, considerazioni, poesie etc. di mio padre: Aldo D’Arpini. Poco dopo la sua morte avendo “ereditato” la cassetta contenente i suoi scritti, lo inviai a mo’ di “ad memoriam” alla rivista Alfa Zeta, di matrice cristiana, che lo pubblicò. Sì perché mio padre gli ultimi anni della sua vita si scoprì universalista “cristiano”.
Egli inoltre divenne vegetariano, per conto suo senza che nessuno glielo consigliasse. Abitò per parecchi anni a Macerata dove aveva gestito un albergo prima di andare definitivamente in pensione. E lì nel capoluogo lasciò il corpo che è oggi sepolto nel cimitero comunale.
Quindi -in un certo senso- sono un po’ anch’io maceratese. Ed è bene che sia venuto a Treia, ormai in età avanzata, così potrò forse anch’io lasciare il corpo qui nelle Marche. Evidentemente questo fa parte del nostro destino di famiglia, evidentemente dal punto di vista karmico qui c’è una nostra radice. Però oggi non voglio dilungarmi su questo tema… Vorrei solo confermare il detto “buon sangue non mente” e che non c’è bisogno di andare in giro a far proselitismo. L’evoluzione quando il momento è giunto ci fa compiere i passi necessari alla nostra crescita. Perciò, pur mantenendo in vita una delle associazioni vegetariane storiche d’Italia, Il Circolo vegetariano VV.TT., difficilmente faccio opera di apostolato. Mi limito a raccontare la mia esperienza e se qualcuno sente una risonanza, buon per lui!
Paolo D’Arpini

giovedì 9 novembre 2017

Treia, il luogo in cui viviamo è la nostra casa...


... il luogo in cui si vive è la casa avita. Infatti è la comunità in cui viviamo  che  si riconosce come propria. Essa è la propria terra, la propria bioregione, la propria famiglia...  

Ma da questa  riflessione desidero trarre alcune considerazioni su alcuni aspetti della  comunità  di Treia: “solo una personalità debole ha bisogno di simulacri in cui identificarsi”, e questo è proprio ciò che avviene da parte di molti che, speranzosi, si rispecchiano  solo  nell’ideale specifico e limitativo  che essi  amano! Tale atteggiamento, spesso, è passivamente e acriticamente imitativo, e può attecchire in uomini di spirito debole con vocazione forte all’identificazione esteriore e che vogliono realizzare un proprio interesse.

E l’interesse comune?

Dal punto di vista della sintesi dovrebbe trovarsi nell'adesione al concetto di "bene comune". A questo proposito mi sovviene ancora una volta l'insegnamento de grande saggio Ramana:

 "Una società è l’organismo; i suoi membri costituenti sono gli arti che svolgono le sue funzioni. Un membro prospera quando è leale nel servizio alla società come un organo ben coordinato funziona nell’organismo.    Mentre sta fedelmente servendo la comunità, in pensieri, parole ed opere, un membro di essa dovrebbe promuoverne la causa presso gli altri membri della comunità, rendendoli coscienti  ed  inducendoli ad essere fedeli alla società, come forma di progresso per quest’ultima.”. 

Nel tempo antico  i governanti si avvalevano della forza lavoro per produrre benessere comunitario, infatti, senza contadini, artisti  ed artigiani non c’era cibo e nessuna ricchezza; dunque, in qualche modo una forma di tutela esisteva per il popolo, perché un castellano senza mano d’opera, indebolito, non sarebbe sopravvissuto all’ingordigia degli avversari. Ma oggi?...

Paolo D’Arpini


Ah, approfitto dell’occasione per invitarvi tutti alla Fierucola delle Eccellenze Bioregionali che si tiene a Chiesanuova di  Treia l'8 dicembre 2017:  https://auser-treia.blogspot.it/2017/11/chiesanuova-di-treia-8-dicembre-2017.html

sabato 4 novembre 2017

Treia. Appello alla collaborazione sociale e culturale per l'8 dicembre 2017


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L'organizzazione della terza edizione Fierucola delle Eccellenze Bioregionali, che si tiene  quest'anno a Chiesanuova di Treia, l'8 dicembre 2017, procede. 

Questa vuole essere una chiamata a raccolta rivolta ai treiesi di buona volontà per invitarli a dare una mano. Uniti si ottengono migliori risultati e si consolida il senso della  Comunità!

Respiriamo la stessa aria, beviamo la stessa acqua, calpestiamo lo stesso suolo, siamo abitanti di Treia. Abbiamo scelto di vivere qui, o ci siamo nati, perché dentro di noi sentivamo lo stimolo di trovare noi stessi, di capire chi siamo.
L’esistenza a Treia, soprattutto in questo momento di crisi sociale ed economica, è caratterizzata dalla capacità d’inventarsi la vita, la fantasia del lavoro creativo. Noi che giorno per giorno scegliamo di vivere e lavorare a Treia, senza fuggire altrove, siamo benedetti come pure condannati dal destino.
A Treia ognuno di noi ha sentito dentro di sé quel fuoco, quel desiderio di armonia e completezza e quella voglia di esprimersi nel produrre qualcosa di bello, non soltanto per denaro. Che sia agricoltura, arte, artigianato, poesia, canto o teatro è solo il modo intercambiabile di esprimere noi stessi.
Proprio per valorizzare questa capacità intrinseca  organizziamo anche quest'anno a Treia  la Fierucola delle Eccellenze Bioregionali, per l’8 dicembre 2017, una semplice fiera paesana -forse- ma anche una meravigliosa fiera campionaria del genio di Treia. 

Paolo D’Arpini

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Per collaborare a vari livelli chiamare al 0733/216293

La manifestazione è coordinata da Auser Treia, Parrocchia di Chiesanuova di Treia e Coop La Talea di Passo Treia

mercoledì 1 novembre 2017

4 novembre - "Festa" delle Forze Armate Italiane che non esistono più...


Paolo D'Arpini, da lungo tempo congedato

…il 4 novembre ricorre il giorno dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate….

Rinnegare il passato non ha senso… l’Unità d’Italia è stata raggiunta con fatica, lotta e sacrificio… Anche se  potrei obiettare che non serviva e che la prima guerra mondiale (ed ultima del risorgimento) poteva essere evitata poiché l'Austria si era impegnata a cedere Trento e Trieste in cambio della non belligeranza italiana. Altri addirittura affermano  che si stava meglio con il Regno delle Due Sicilie, con lo Stato del Vaticano (ma quello c’è ancora..), con la Repubblica di Venezia, etc. Può anche essere vero ma pure in quei regni esistevano eserciti ed un senso d'identità nazionale… 

Non sono d’accordo con il sistema corrente in cui il servizio militare sia riservato a forze prezzolate, semplici volontari (sia pure interni cittadini) credo che l'onere della difesa (dico “difesa”…)  della nostra terra o dei legittimi interessi dei suoi abitanti non possa essere delegata ai “volontari” di professione.  


L'Italia oggi è alla mercé delle truppe "d'occupazione" della Nato e in caso di necessità non c'è più un esercito fedele al popolo. Solo "stipendiati" al servizio dei politici di turno. Tra l'altro leggevo l'altra mattina, facendo colazione al baretto di Treia, che esistono vari paesi in Italia completamente invasi da stranieri, immigrati clandestini, che ormai la fanno da padroni, molestano le persone per istrada, non pagano le consumazioni nei bar e nemmeno le cose comprate nei negozi... anche se per i loro bisogni essenziali sono nutriti ed albergati in vari centri di accoglienza.  I sindaci non sanno come fare per impedire questi soprusi. 


L'Italia è destinata ad essere invasa da una massa sempre più violenta di "desperados" che vivono a spese dello stato?  


E in caso di difesa non bastano quei tre carabinieri che dispongono di una sola camionetta per perlustrare un territorio vastissimo e popolato. Ogni sera, mi ha riferito una amica di Treia, ricevono decine di chiamate in tutta la provincia di Macerata ma cosa possono fare? La stragrande maggioranza dei reati va quindi a buon fine. Infatti coloro che negli anni passati si trasferivano in campagna adesso, solo per continuare a vivere, sono costretti a tornare nei paesi dove almeno ci sono dei vicini che possano accorrere in aiuto...  Spesso però anche i vicini servono a poco. Ogni tanto si sente dire o si legge sui giornali che -sempre a Treia- c'è stata  una rapina, un furto od un'aggressione  Ovviamente senza che le forza pubblica possa far nulla, o quasi.  I malviventi anche se colti in flagrante sono subito rilasciati o dopo pochi giorni.  


Insomma se in Italia ci fosse bisogno di controllare il territorio un esercito di leva potrebbe aiutare mentre quello vigente dei mercenari serve solo a combattere le guerre della Nato in varie parti del mondo (sempre a spese dei cittadini) mentre il popolo può essere oppresso e vilipeso sia dai burocrati e tassatori che dai delinquenti comuni e mafiosi (in santa alleanza).  


Il Libro dei Mutamenti afferma: "Nel grembo della terra vi è l’acqua: l’immagine dell’Esercito. Così il nobile magnanimo verso il popolo accresce le sue masse” - L’immagine dell’esagramma L’Esercito (Shih n. 7) del Libro dei Mutamenti, è molto chiara nell’indicarne il significato. Infatti nell’antichità, in virtù della coscrizione obbligatoria, i soldati erano presenti nel popolo come l’acqua sotto la terra. Ed avendo cura della prosperità del popolo si ottiene un esercito valoroso. 
Ed ancora nella prima linea. “Un esercito deve servire in buon ordine ed armonia. Se ciò non avviene incombe sciagura”.

La coscrizione obbligatoria può sembrare una sopraffazione, se serve ad una causa ingiusta, ma è l’unico modo per riconoscersi tutti figli dello stesso paese. 


Vediamo che alla fine dell’Impero Romano, allorché i legionari erano solo professionisti perlopiù stranieri pagati, è stato sufficiente l’arrivo di una masnada di barbari per sconfiggere l’Impero… Le famose invasioni barbariche contavano a malapena poche migliaia di individui (comprese donne e bambini ed armenti) mentre Roma aveva oltre un milione e mezzo di abitanti ma quei pochi barbari determinati bastarono per annichilire e distruggere un sistema… forse  marcio, forse indegno di essere mantenuto,  
come probabilmente sta succedendo ai giorni nostri…!


Paolo D’Arpini



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lunedì 30 ottobre 2017

Camporotondo di Fiastrone (a due passi da Treia) - Un pezzo d'India in provincia di Macerata


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Il 29 ottobre 2017, assieme a Antonello Andreani, ho scoperto un pezzo d'India qui a due passi da Treia, a Camporotondo di Fiastrone, un piccolissimo comune in provincia di Macerata,  dove si teneva una cerimonia in onore della nascita del saggio Valmiki. A questo celebre cantore viene attribuita la composizione del Ramayana, il più antico poema epico dell'induismo. 

Nel piccolo centro limitrofo  di Cassapalombo, sempre in provincia di Macerata, risiedono diversi indiani  devoti al saggio e costoro si sono fatti promotori di questa grande celebrazione, che si è svolta in un capannone attrezzato a tempio,  con canti, discorsi e un grande bhandara finale, un pranzo rituale offerto dal tempio a tutti i partecipanti provenienti da varie parti delle Marche ed  oltre. 

Antonello ed io siamo stati presenti per diverse ore alla funzione, lui girando e fotografando io sedendo a gambe incrociate sul pavimento rivestito di stoffe. Ho rivissuto così il piacere di trovarmi in una atmosfera completamente indiana, con tutti i colori, gli odori ed i sapori dell'India. 

Le donne agghindate in abiti coloratissimi, i bambini che giocavano vivaci in mezzo alla gente, gli uomini  seri ma non troppo, che indossavano turbanti e fazzoletti a mo' di copricapo. A presiedere uno swami (monaco) con barba bianca e vesti ocra.  


Nella sala c'era un continuo andirivieni di nuovi arrivati e di viandanti (almeno duecento) con  frequente passaggio di volontari che offrivano "prasad" (una pasta dolce ed acqua fresca). Non mi sono annoiato per nulla, avevo troppe cose da guardare in quella sacra "bolgia" e pur non avendo compreso i discorsi (tenuti da più persone in hindi) ho apprezzato i canti accompagnati da strumenti ritmici (mrdanga e cembali) e dall'harmonium a soffietto.  


Dopo 4 ore di seduta,  per alzarmi -avendo le ginocchia anchilosate-  ho dovuto chiedere aiuto ad un indiano che sedeva al mio fianco... quasi cadevamo tutti a due a terra, evidentemente il mio peso è aumentato troppo.

Il clou della festa ovviamente è stato il pranzo, ottimo e abbondante,  pieno dei gusti dell'India, dal piccante al dolce e frutta compresa... Tutto cibo sano vegetariano ed innaffiato da acqua fresca (l'alcol è proibito). Mi son portato a casa una banana ed una mela ed anche un chapati (un pane indiano non lievitato fatto a piadina).

Al ritorno a Treia ci siamo fermati un paio d'ore a casa per esaminare, assieme ad Antonello (che tra l'altro dirige una casa editrice a Macerata), le bozze di un nuovo libro sull'I Ching e sullo zodiaco cinese che sto scrivendo...

Paolo D'Arpini




Alcune informazioni sul saggio Valmiki e sull'epopea di Rama

L'epica Ramayana  è  un testo antichissimo, risalente a oltre 10.000 anni fa, Valmiki  lo compose oralmente  e per parecchi secoli fu ripetuto a voce da studiosi e saggi che lo imparavano a memoria. Il Ramayana è uno dei libri sacri più importanti della tradizione religiosa e filosofica vishnuita. In esso vengono narrate le avventure del principe Rāma, avatāra di Viṣhṇu, ingiustamente esiliato e privato della sua sposa, rapita dal demone Ravana, che tuttavia riconquista dopo furiosi combattimenti, unitamente al trono negato.  La figura  di Vālmīki è immersa nella leggenda. Secondo una versione egli era un brigante chiamato Ratna che viveva nella foresta per depredare i viaggiatori; un giorno passò dalla foresta il saggio Nārada, e quando Ratna lo attaccò Nārada gli chiese la ragione delle sue azioni malvagie, al che Ratna replicò che era per prendersi cura della sua famiglia, cioè i suoi anziani genitori, sua moglie e i suoi figli. Il saggio gli chiese allora se essi sarebbero stati disposti a condividere con lui la punizione karmica per i suoi misfatti, e sebbene Ratna fosse sicuro che lo fossero, seguì il consiglio del saggio, e dopo averlo legato a un albero tornò a casa per porre loro la domanda; la sua famiglia diede però una risposta negativa, sostenendo che fosse suo dovere prendersi cura di loro, e che loro non erano responsabili per il modo che egli aveva scelto per farlo. Deluso, tornò dal saggio, che gli disse di pentirsi dei suoi peccati e abbandonare la strada che aveva scelto, e cantare il nome di Śrī Rāma. Secondo la leggenda egli meditò lì per così tanto tempo che su di lui si formò un termitaio (vālmik in sanscrito) senza che se ne accorgesse, da cui il nome Vālmīki, egli infine  divenne un maha riṣhi (grande saggio).

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Bassorilievo che riproduce una scena del Ramayana



domenica 29 ottobre 2017

San Severino Marche, 4 novembre 2017 - Ginevra Di Marco in concerto


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Il prossimo 4 novembre 2017 ci sarà a San Severino Marche un concerto che immagino già sarà bellissimo, come i 3 concerti di Ginevra cui ho assistito negli ultimi mesi qui in Emilia, dove ora mi trovo (e per questo motivo molto probabilmente non sarò presente a questo di cui sto parlando). Sicuramente ci andrà l'amico Antonello Andreani e spero che magari ci potrà portare anche Paolo. Potranno essere le mie orecchie e i miei occhi. Si, anche gli occhi, perché Ginevra è così bella e pulita che è una gioia per la vista oltre che per l'udito. Non meno bravi sono anche i suoi "angeli" Francesco e Andrea.


Spero che eseguano anche qualche brano diverso dagli usuali, per esempio un brano che amo molto e che si trova nell'album "Canti, richiami d'amore" è "Cinquecento catenelle d'oro", ma anche "Storia del 107", nello stesso disco. E chissà che prima o poi non riesca ad esaudire questo mio sogno di ascoltarla al teatro di Treia.  

Ma ora lascio la parola alla presentazione del concerto che ho trovato su internet...

Caterina Regazzi

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Donna Ginevra Di Marco, una delle voci femminili italiane più belle e amate, massima esponente della world music e nuovo folk italiano, ex voce femminile del Consorzio Suonatori Indipendenti (C.S.I.), ha debuttato con grande successo il 26 settembre 2015 al festival Musica dei Popoli di Firenze con uno spettacolo musicale dedicato alla grande cantante argentina Mercedes Sosa, dove ripercorre i più importanti momenti della carriera de “la Negra” cantando le più belle canzoni da lei interpretate.
Lo spettacolo è stato pensato, arrangiato e prodotto con Francesco Magnelli (pianoforte e magnellophoni) e Andrea Salvadori (chitarre, mandolino, tzouras e elettronica).
Da qui nasce il nuovo album “La Rubia canta La Negra” uscito il 19 maggio 2017 – Targa Tenco 2017.

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Dice Ginevra: “Non ho mai sentito una voce più bella di quella di Mercedes, è stata la voce che mi ha fatto riconsiderare il significato del termine “cantare”; una voce colma di sonorità, un tesoro che spalanca l’anima. C’è qualcosa in lei che non si sa da quale profondità provenga. Un timbro purissimo, legato alle sue radici ma capace di trasmettere una straordinaria universalità, un amalgama equilibrato e perfetto tra intimità e vita collettiva.

Ho sempre ammirato, insieme al suo formidabile talento, il coraggio di utilizzare la sua voce come strumento di mediazione per tutti gli uomini messi a tacere dalla violenza, dall’ingiustizia e dall’abbandono. Esistono intellettuali e sapientoni. esistono artisti e pupazzi che indossano la maschera della protesta per poi toglierla dietro le quinte. Mercedes Sosa ha conosciuto l’esilio e un’indicibile sofferenza per le sue scelte ma ha continuato a cantare sui palchi più prestigiosi del mondo e l’eco della sua voce ha saputo arrivare in ogni angolo della Terra. Ha contribuito ad educare al dovere civico, un insegnamento senza il quale uomini e donne sarebbero un branco di ignoranti, genitori di figli destinati ad essere carne per nuove guerre.

Quando canta è una bandiera alzata e al contempo un cuore che non cessa di gemere; una donna calata nel suo tempo ma che ha elevato la sua arte a vette uniche, una voce che è dono, grazia e mistero uniti a un forte senso di responsabilità intellettuale, feroce nella sua coerenza. Viva Mercedes la cantora, la Negra, la Sosa di tutti. E che la mia voce possa infondere, attraverso le sue canzoni, un po’ di quel vento di speranza che lei ha saputo spandere su tutta la Terra.”

"Sibillini Live - Percorsi culturali per la ricostruzione" è una rassegna di musica e teatro migrante nelle terre del sisma, organizzata da Arci Marche in collaborazione con Musicamdo Jazz e con enti, associazioni e artisti locali e nazionali. Gli eventi musicali, i laboratori e gli spettacoli teatrali sono gratuiti, grazie al sostegno della Regione Marche, nell'ambito dell'Accordo di programma con il MiBACT per le attività culturali per le aree colpite dal sisma 2016.
www.sibillinilive.it

SABATO 4 NOVEMBRE ore 21,30
San Severino Marche (MC) 
Teatro Feronia , Piazza del Popolo 
"Sibillini Live - Percorsi culturali per la ricostruzione"*

GINEVRA DI MARCO IN CONCERTO 
"LA RUBIA CANTA LA NEGRA"
Ginevra di Marco, voce
Francesco Magnelli pianoforte e magnellophoni
Andrea Salvadori chitarre, mandolino, tzouras e elettronica

INGRESSO LIBERO
PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA
dal 31 ottobre al giorno dello spettacolo
dalle h. 9,00 alle 12,30 e dalle h. 15,30 alle 19,30
Pro Loco San Severino Marche, P.zza del Popolo
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Alcuni brani:


sabato 28 ottobre 2017

Treia. L'estatica Giuditta Montecchiari nel "Campo dell'Amore" di Alberto Meriggi

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Domenica 29 ottobre 2017, alle ore 18, nella chiesa di San Filippo, al centro storico di Treia, si tiene una concelebrazione eucaristica presieduta dal vescovo di Macerata, Nazzareno Marconi, nella ricorrenza del centenario della morte dell'estatica treiese, Giuditta Montecchiari, vissuta e morta in concetto di santità. Nel contesto della cerimonia il vescovo presenterà la seconda edizione del libro “Il campo dell'Amore” del prof. Alberto Meriggi sulla vita di Giuditta Montecchiari...




In questo libro Alberto Meriggi, docente emerito dell'Università di Macerata, narra la vita straordinaria di Giuditta Montecchiari (1855-1916). La protagonista trascorse la sua esistenza a Treia, una piccola cittadina dell'entroterra maceratese, dedicandosi totalmente alla preghiera e alla sofferenza per la remissione dei peccati dell'umanità. Il Signore le concesse dei privilegi particolari: per quindici anni osservò un perfetto digiuno senza toccare né cibo né acqua e ogni venerdì patì sul suo corpo tutte le fasi della Passione di Gesù con estremo dolore e con manifestazioni visibili come le stimmate alle mani, ai piedi, al torace e alla fronte. Il sangue fuoriuscito dalle stimmate venne raccolto in bende oggi conservate in gran numero presso la Curia di Treia. Sono molte le testimonianze che riferiscono di scampati pericoli e di inspiegabili guarigioni avvenute per intercessione di Giuditta. Dopo la sua morte si tentò di avviare un processo informativo di beatificazione che però si interruppe per motivi estranei alla sua santità. Le vicende narrate in questo libro sono tratte da documenti inediti conservati nell'archivio della Curia di Treia.

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Treia. Lo storico Alberto Meriggi

giovedì 26 ottobre 2017

Alimentazione ideale per una comunità ideale (in chiave bioregionale)


Noi bioregionalisti ed ecologisti, non possiamo trascurare la nostra matrice, la nostra appartenenza ad un contesto culturale, il nostro “discendere” da una famiglia frugivora e la nostra fisiologia umana. 
Io personalmente mi sono avvicinato al vegetarismo dopo una prima permanenza in India è lì appresi attraverso la mia esperienza diretta che questa “dieta” è conduttiva a stati mentali più leggeri, essa si definisce infatti “satvica”, ovvero “spirituale” od “equilibrata”. Questa dieta è basata su cereali, frutta, vegetali e prevede anche l’uso moderato di derivati del latte, in forma di yougurt. Il miele è considerato quasi un medicinale e le uova compaiono molto raramente nelle pietanze solo in caso di necessarie integrazioni proteiche.
Ovviamente un sano rapporto uomo-animali non può essere basato sullo sfruttamento di questi ultimi. Infatti in India le vacche sono sacre e vengono trattate benissimo, i vitelli vengono lasciati alle madri sino al completo svezzamento e l’uomo si limita ad “appropriarsi” del sovrappiù del latte prodotto. Considerando che le mucche addomesticate da tempo immemorabile producono più latte di quanto necessario ai loro vitelli.
Se vogliamo restare esseri viventi in un contesto di altri esseri viventi non possiamo completamente escludere una complementarietà nei nostri rapporti con gli animali. La natura vive sulla vita, noi umani, come specie,  nasciamo  frugivori ed i frugivori fanno un limitato uso di uova e di prodotti di origine animale, questo dice la loro “ecologia” fisiologica.
Certo oggigiorno vediamo che i consumi di carne  sono aumentati enormemente soprattutto in seguito all’allevamento industriale. E per soddisfare il sistema consumista milioni di galline vengono tenute in batteria per le nostre uova… e milioni mucche soffrono legate ai loro stabulari…
Però non voglio negare all’uomo un rapporto simbiotico con gli animali. Anni fa ero solito tenerli liberi in un grande terreno lasciando che si sfogassero come volevano per la loro sopravvivenza e riproduzione, limitandomi io a prelevare una parte di uova “abbandonate” ovvero non utilizzate per la cova o qualche po’ di latte di capra. Poi sopraggiunsero le volpi ed i cani e fecero strage, e dovetti richiudere capre, pecore, galline e papere ed oche superstiti in piccoli recinti.  Insomma senza la mia protezione non sarebbero sopravvissute…
Con i tempi che corrono le galline non potrebbero vivere in cattività, sarebbero totalmente sterminate dai tanti nemici naturali… Comunque la natura è sempre giusta, se siamo in grado di accondiscendere alle sue regole ed a non intrometterci con le nostre “regole” di sfruttamento animale… E’ una dura lotta verso la consapevolezza ecologica profonda.
A me personalmente non piace che nuove specie vengano allevate in cattività ma quegli animali in cattività, se sono tenuti con cura e amore almeno campano e si riproducono…
Dobbiamo imparare a convivere con gli animali in modo idoneo, senza trasformarli a nostra immagine e somiglianza (come spesso avviene con i pets), e senza sfruttarli per usi impropri, come negli allevamenti industriali da carne e da latte e da uova…
Ed allora avremo attuato un sano rapporto con essi, un rapporto che potremmo definire “ecologico” e “bioregionale”….

Con questo mio discorso vorrei essere chiaro circa il rapporto -secondo me- “ideale” (o se preferite “ecologico”) con gli animali e le piante.
La nostra schizofrenia e falso senso dell’etica ci porta a dividere gli animali in pets e animali da carne. Sono due categorie opposte, sono due modi scriteriati di rapportarci con gli animali. Noi stessi -tra l’altro- siamo animali, quindi abbiamo bisogno di avere un contatto con i nostri “fratelli e sorelle” di altra specie. Se è chiaro questo allora comprenderete tutto il resto.
Non teniamo gli animali in gabbia (per sfruttarli fisicamente) e nemmeno nei divani (per sfruttarli psicologicamente).
Dobbiamo trovare una via di mezzo che non sia sfruttativa (in un senso o nell’altro), purtroppo la vita malsana in città ci porta a dover avere un rapporto con gli animali da compagnia molto falsato, portandoceli in casa… Oppure lasciando quelli liberi nel loro habitat (riserve naturali) dal quale noi stessi siamo esclusi (perché non più abituati a vivere nelle foreste od in natura).
Però se alcune specie di animali avvezzi alla cattività da tempo immemorabile venissero rilasciati sarebbero destinati alla scomparsa, per via della eliminazione dal pianeta di un habitat idoneo (l’uomo occupa sempre di più ogni spazio vitale). Insomma andremmo verso un ulteriore impoverimento della biodiversità. Inoltre c’è il fatto che -dal punto di vista evolutivo- alcune specie di animali in simbiosi con l’uomo hanno trovato vantaggi nella cattività (sia per la diffusione, sia per l’avanzamento intellettuale e coscienziale).
Siamo tutti in una grande bolgia chiamata vita e non sta bene scindere gli uni dagli altri. Allora diciamo  No allo sfruttamento incondizionato ma Sì al contatto empatico. L’uomo da animale istintuale e raccoglitore di cibo sparso, si è trasformato in un lavoratore che ricava attraverso il suo ingegno cibo e modi di crescita.
Il lavoro ha affrancato l’uomo dalla “bestialità” pur costringendolo a nuovi parametri di compromesso e alienazione, ma sia nei rapporti fra esseri umani che nel rapporto con gli animali dovremmo trovare un modo “equanime” di poter esprimere  collaborazione senza dover ricorrere alle devianze  di un rapporto utilitaristico.
Siamo in una scala evolutiva che in parte noi umani abbiamo percorso, ci manca ancora molto per arrivare alla cima della comprensione, possiamo però aiutare coloro che sono ai primi gradini senza doversi vergognare.  Sapendo che il loro bene è anche il nostro. Questo vale per le piante, per l’aria, per le risorse accumulate sulla terra nei milioni di anni, per il nostro passato nella melma e per il nostro futuro nelle stelle.   Per aspera ad astra!
Paolo D’Arpini